Alternativa Libertaria_FdCA

Economia del debito e nuove soggettivazioni

Le due facce del neoliberismo: accumulazione flessibile e finanziarizzazione

A partire dalla metà degli anni Novanta del ventesimo secolo – per quanto tale dinamica abbia iniziato a manifestarsi già due decenni prima – si è concretizzata una riorganizzazione industriale articolatasi a partire da una riprogettazione complessiva finalizzata all’ottenimento di un’accelerazione dei tempi di rotazione del capitale. Essa ha trovato piena realizzazione mediante l’accresciuta innovazione tecnologica e dei modelli di automazione, i processi di delocalizzazione e i grandi piani di acquisizioni e fusioni che hanno delineato il profilo sempre più oligopolistico del capitale mondiale. È diventato rapidamente visibile come i processi di accumulazione flessibile abbiano seguito una duplice direttrice. Da un lato essi si sono fondati sull’allungamento degli orari di lavoro complessivi a fronte di un peggioramento del tenore di vita – più lavoro straordinario, più lavoro atipico, vivere sociale come momento della produzione – dovuto, fra l’altro, al decremento del salario sociale complessivo causato da processi aziendali di delocalizzazione verso aree periferiche con bassi costi di manodopera. Dall’altro, invece, si è affermato un modello caratterizzato dal connubio fra un numero crescente di ristrutturazioni organizzative e di innovazioni tecnologiche e di processo, all’interno delle quali ha giocato un ruolo cruciale una forza lavoro estremamente specializzata e con una capacità di comprensione-gestione delle nuove tecnologie e di orientamento al mercato.

Le nuove pratiche organizzative hanno risposto alle mutate esigenze imposte dai mercati alla gestione della produzione e si sono estrinsecate in particolare nella modalità del just in time e nei vari corollari del paradigma toyotista. Tali trasformazioni hanno investito ferocemente anche la strutturazione economica dei rapporti di lavoro, cui i vari Stati hanno fornito la necessaria copertura giuridica, che hanno espresso la sempre più evidente sussunzione dei salariati agli interessi del capitale. Da ciò è derivata una struttura del mercato del lavoro in cui ad un nucleo in diminuzione di lavoratori a tempo indeterminato e garantiti si è affiancata una periferia formata da sottogruppi di lavoratori a tempo pieno con capacità facilmente reperibili sul mercato del lavoro (lavoratori manuali, di routine, impiegati, ecc.) e da un gruppo di lavoratori flessibili, part time, occasionali, ecc.

Il dispiegarsi della strategia neoliberista non può però dirsi completo se si considerano soltanto le trasformazioni messe in atto sul piano dell’organizzazione del lavoro. Le difficoltà nella realizzazione di profitti hanno richiesto, oltre ad una contrazione delle spese legate al capitale variabile, anche un ampliamento dei mercati di sbocco. Si è creato così un paradosso dato il restringimento delle capacità di spesa della classe lavoratrice, che vedeva ridursi sensibilmente le proprie capacità di consumo. Peraltro, i nuovi profitti creati dalle riduzioni di spesa non assicuravano margini tali da rendere certo un loro reinvestimento. Qui si è collocato l’intervento del cosiddetto capitale finanziario, il quale ha messo in atto una duplice iniziativa al fine di rivitalizzare i mercati asfittici e pertanto poco interessanti per gli investitori: da un lato ha incentivato il meccanismo dell’indebitamento delle famiglie (fenomeno evidente soprattutto nel mondo anglosassone), dall’altro ha spinto all’estremo il meccanismo con cui la moneta di credito (che su base analitica deve essere separata, in virtù della sua diversa funzione, dalla moneta di scambio-pagamento) creata dai mercati finanziari ha rilanciato con continue anticipazioni sul valore futuro il ciclo della riproduzione di capitale. Al contempo, il capitale finanziario si è reso protagonista di un’opera di centralizzazione ben evidenziata dalla grande ondata di fusioni e acquisizioni che ha caratterizzato e tuttora caratterizza il mercato mondiale, in cui a cambiare sono soprattutto gli assetti di proprietà, attraverso cui il capitale finanziario esercita le forme di controllo sulle imprese che acquisisce.

L’azione del capitale finanziario

La fase attuale ci permette di osservare come il concetto capitalistico di produzione implichi moneta e imposta come sue condizioni imprescindibili. La moneta e l’imposta dipendono sempre da dispositivi di potere (identificabili nello Stato, ma anche nelle istituzioni sovranazionali o nei sistemi di potere transnazionali) che distribuiscono funzioni e ruoli, che definiscono i rapporti di proprietà e che concorrono alla determinazione dei rapporti di potere fra le classi. L’appropriazione capitalistica si realizza in virtù di un dispositivo di cattura formato da profitto, rendita e imposta. Il loro ordine gerarchico può variare nelle diverse sequenze della dominazione capitalistica. Se fino agli anni Sessanta era il profitto a svolgere un ruolo centrale nell’appropriazione, con l’avvento del neoliberismo il rapporto si rovescia, l’organizzazione dell’espropriazione e il comando avvengono soprattutto a partire dalla rendita finanziaria e dall’imposizione fiscale. Con la crisi del debito il rapporto varia ancora e a passare in primo piano è la funzione di cattura esercitata dall’imposta.

Durante i decenni centrali del XX secolo, la keynesiana “eutanasia del rentier”, realizzata attraverso le politiche fiscali e le riforme d’epoca fordista, è paragonabile ad una spoliazione riformista della rendita. Sempre attraverso la gestione della moneta e della fiscalità sono istituite politiche finalizzate alla promozione del capitale industriale e dell’impiego. Il passaggio al postfordismo avviene sulla base del rovesciamento delle funzioni keynesiane della moneta e dell’imposizione che iniziano a favorire la rendita. Con la privatizzazione dell’emissione di moneta il capitale inaugura un cammino che attraverso l’utilizzo dell’imposta cambia la natura del Welfare: massicci trasferimenti di risorse vengono indirizzati verso le imprese, i ricchi diventano i “nuovi assistiti”, mentre alla classe subalterna vengono riservati servizi sociali minimali. Al contempo si impone un nuovo diritto di proprietà, un “capitalismo dei creditori”, che stabilisce la predominanza dei detentori di azioni e di titoli.

Tra gli elementi del trittico profitto-rendita-imposta non esiste contraddizione, per quanto le diverse fasi del capitalismo possano attribuire centralità ad uno dei tre elementi rispetto agli altri; al contrario essi realizzano un’azione complementare finalizzata a garantire il buon esito dell’appropriazione capitalistica. In tutti i paesi europei toccati dalla crisi, i governi tecnici rivelano la propria natura di governi fiscali, il cui compito è primariamente quello di predisporre ed attivare la macchina dell’imposizione al fine di realizzare colossali trasferimenti di denaro verso i due apparati in difficoltà: la rendita e il profitto. Le cosiddette politiche di austerità si rivelano variegate politiche di prelievo forzato: imposizione propriamente detta, tagli alle spese sociali, prelievi sui salari, aumento dei prezzi, ma anche privatizzazioni diffuse che colpiscono drasticamente il peso dei salari reali.

Il capitale finanziario, dunque, non deve in alcun modo essere considerato una degenerazione del capitalismo, dato che, al contrario, costituisce la forma più adeguata del concetto di capitale. La finanza e i suoi meccanismi contabili esprimono al massimo grado la natura del capitale perché sono del tutto indifferenti tanto al contenuto della produzione quanto al contenuto del lavoro. Ciò che a questi flussi interessa è unicamente ricavare dalle diverse forme di produzione e di lavoro un surplus espresso in quantità astratte di moneta. La finanza, operando alla giunzione tra i tempi della produzione/appropriazione attuale e quella futura, non si rivolge unicamente ai flussi attuali ma anche ai flussi possibili.

Un’economia del debito

La pretesa della finanza è quella di ridurre il futuro e le sue possibilità alle relazioni di potere attuali, in modo da disporre anticipatamente del futuro, oggettivandolo. Questa oggettivazione ha una natura specifica, che consiste nel subordinare alla riproduzione dei rapporti di potere capitalistici qualunque possibilità di scelta e di decisione racchiusa nell’avvenire. Così il debito si appropria non solo del tempo di lavoro attuale dei salariati e della popolazione nel suo insieme, ma esercita una prelazione anche sul futuro di ognuno e sull’avvenire della società nel suo complesso. In questa prospettiva, la politica neoliberista dello Stato realizza da un lato un trasferimento massiccio di risorse verso le classi più agiate della società e le imprese, mentre dall’altro si mettono appositamente in atto interventi inutili alla riduzione del deficit di bilancio, deficit la cui permanenza è indispensabile, dal momento che esso diventa fonte di reddito per quei creditori che acquistano i titoli del debito degli Stati. Si realizza così quel “circolo virtuoso” dell’economia del debito che fa dire a Warren Buffet: “È una lotta di classe, ed è la mia classe a vincere”.

Questa dinamica, di cui la classe dominante si avvale per rinsaldare la propria posizione di potere, si dispiega tanto rispetto ai debiti pubblici quanto a quelli privati. Nel caso dei debiti pubblici, le recenti vicissitudini interne all’Eurozona ci mostrano un radicale mutamento rispetto alla struttura dei rapporti di credito/debito: nella prassi classica il creditore si assume il rischio di un investimento sbagliato, mentre nella versione neoliberista, assumendo il caso del soggetto che possa vantare un credito rispetto ad uno Stato, egli può avanzare nei confronti del debitore insolvente o in difficoltà pretese eccedenti rispetto alla semplice restituzione del debito, cioè può richiedere un “aggiustamento strutturale”, che in concreto corrisponde alla svendita delle risorse interne o all’accettazione di un complesso di riforme politiche che diano un drastico taglio alla spesa pubblica e gettino nuove fette di mercato, una volta deregolamentate, in pasto al grande capitale internazionale. Per quanto riguarda i debiti privati risulta centrale il ruolo dello Stato che, tramite “riforme” a sfondo sociale, sta imprimendo nei paesi di vecchia industrializzazione il paradigma già sperimentato da decenni in area anglosassone: sostituzione dei diritti sociali (pensioni, salute, istruzione ecc.) con l’accesso al credito, della previdenza con assicurazioni individuali, del diritto alla casa con prestiti immobiliari, degli aumenti salariali con credito al consumo.

La trasformazione dei diritti sociali in debiti e dei cittadini portatori di diritti in utenti debitori è la realizzazione dell’individualismo. L’utente divenuto debitore non deve rimborsare con denaro contante, ma con comportamenti e impegni soggettivamente assunti, dedicando il proprio tempo sia alla ricerca del lavoro sia alla formazione di sé secondo i canoni dettati dal mercato e dall’impresa. Il debito come tecnologia securitaria rende necessaria una disciplina di vita che implica una produzione di soggettività specifica: quella dell’uomo indebitato.

Nuove soggettivazioni

Con il passaggio postfordista, già prima della definitiva affermazione del neoliberismo come paradigma del capitalismo mondiale, il lavoratore come fattore di produzione arriva a configurarsi come un “capitale-competenza”: la totalità dell’essere umano (dai saperi ai sentimenti, dalle abilità alle aspirazioni) viene messa a disposizione della valorizzazione del capitale, diventando quindi oggetto di estrazione di plusvalore. Perché tale trasformazione sia compiuta e si concretizzi efficacemente è però necessario che essa racchiuda in sé anche un nuovo stile di vita caratterizzato da una posizione morale imprenditoriale che determini le relazioni dell’individuo con sé stesso e con l’ambiente in cui è calato (gli altri, lo spazio, il tempo). Alla posizione ordoliberale e alla sua messa in campo di politiche di deproletarizzazione (attive nel dopoguerra soprattutto in Germania, ma influenti anche in tutte le aree, come nel caso del nord-est italiano, in cui si afferma una piccola e media impresa diffusa sul territorio), volte a garantire un relativo trasferimento delle ricchezze verso i salariati, così da coinvolgerli nella gestione capitalistica della società, segue la compiuta affermazione del modello neoliberista, nel quale, sulla base della deflazione salariale e dei tagli al bilancio del Welfare, l’economia del debito organizza una precarizzazione economica ed esistenziale che è il nome nuovo di una realtà vecchia: la proletarizzazione, soprattutto delle classi medie e dei lavoratori delle nuove professioni.

Nella nuova prospettiva, l’individuo (in quanto lavoratore reale o potenziale) è spinto a interpretarsi come “padrone di sé” e a diventarlo solo nel senso di dover assumere su di sé i costi e i rischi che l’impresa e lo Stato esternalizzano nella società. Con la deflazione salariale e la drastica riduzione della spesa sociale a scapito degli strati più poveri della società, le politiche neoliberiste producono un capitale umano caratterizzato da un grado variabile di esposizione debitoria e di povertà, ma in ogni caso perennemente in bilico fra questi rischi concreti e l’illusoria aspirazione ad un’ascesa sociale che va conquistata introiettando le “regole del gioco”. Per la maggior parte della popolazione, infatti, diventare imprenditore di sé significa limitarsi alla gestione, secondo i criteri dell’impresa e della concorrenza, della propria occupabilità, dei propri debiti, della diminuzione del proprio salario e dei propri redditi, della riduzione dei servizi sociali.

Tale situazione induce ad una riflessione conclusiva sulla formazione di soggettività indotta dal capitale, sulla base delle variazioni maturate nel corso dell’arco cronologico preso in esame. La macchina capitalistica astratta necessita di personificazione. Il capitalista e il lavoratore salariato sono state le personificazioni caratterizzanti i rapporti del capitale industriale, personificazioni utilizzate dallo stesso movimento operaio per dichiarare i reali rapporti di classe vigenti nella società industriale. A confondere il quadro, l’egemonia culturale del capitale, anche attraverso l’azione dello Stato, ha introdotto una duplice serie di personificazioni “altre”, alcune dal carattere esclusivo in termine di riconoscimento del proprio gruppo di appartenenza rispetto ad altri gruppi (razza, sesso, nazionalità), altre dal carattere parzialmente inclusivo (il cittadino, il soggetto di diritto, l’utente dei servizi sociali indicizzati sull’impiego). Tutte queste personificazioni sono però state superate dall’unica risultata totalmente inclusiva, quella del consumatore. Ognuno di questi gruppi, pur soggiacenti alla figura totalizzante del consumatore, ha avuto un proprio ruolo nell’azione del capitale volta ad integrare i vari individui nel modello sociale di riferimento, assicurando loro la possibilità di “sentirsi parte del tutto” sulla base di uno dei ruoli sopracitati. La svolta neoliberista, pur mantenendo inalterata la preminenza del “consumatore” e continuando ad utilizzare personificazioni di carattere esclusivo, non ha al momento saputo offrire personificazioni di carattere inclusivo sufficientemente adeguate, visto che la “crisi” ha drasticamente minato, anche se non del tutto abbattuto, l’auto-rappresentazione come capitale umano, come “imprenditore di sé”.

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