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Dai referendum all’autogestione delle risorse collettive 2011

Dai referendum all’autogestione delle risorse collettive 2011
gennaio 06
18:01 2016

Nell’8° Congresso dell’FdCA  individuavamo un incrudimento dell’offensiva liberista nei confronti dei beni comuni.

Un incrudimento che nell’ultima fase si è accentuato in parte a causa della crisi economica ed in parte per i mutati rapporti di forza tra le classi sociali.

Individuavamo inoltre che questa tendenza a privatizzare si allarga sempre di più, coinvolgendo un’amplissima gamma di beni e servizi necessari alla sussistenza degli umani e al loro benessere collettivo.

Oggi infatti nei termini “beni comuni” e “risorse collettive” vanno annoverati non solo le risorse naturali esistenti dalla cosiddetta notte dei tempi, come le terre per i pascoli e le coltivazioni o i mari per la pesca, ma anche tutta una serie di beni creati, dalle forme organizzative umane, per soddisfare sia la sfera materiale che quella intellettiva degli individui.

È in questa ultima categoria di beni collettivi che vanno inclusi quei servizi pubblici, che fanno capo ai bisogni essenziali dei cittadini e che sono il risultato dello sviluppo economico e della storica lotta delle classi, come l’erogazione capillare delle energie e dell’acqua, i trasporti, la sanità, l’istruzione, la sicurezza sociale e tutto ciò che va sotto la definizione di welfare.

E la punta di diamante dell’attuale offensiva liberista è rappresentata oggi dal tentativo di privatizzare definitivamente le risorse idriche.

Diciamo definitivamente perché in realtà già da tempo questo attacco ha avuto successo nei confronti di parte delle nostre falde acquifere con la mercificazione delle acque minerali, dove le multinazionali del settore, pagando delle concessioni a dir poco ridicole, fanno affari d’oro sfruttando privatisticamente una risorsa appartenente naturalmente a tutta la collettività.

Diciamo definitivamente, anche perché già da tempo la piovra del capitalismo privato ha messo i tentacoli su una parte delle risorse idriche, distribuite dagli acquedotti comunali, e sul sistema complessivo di gestione delle acque potabili e reflue. Questa operazione è già avvenuta in molti Comuni italiani ad opera di società private in cui confluiscono le mire speculative di multinazionali dell’acqua e imprese di palazzinari in cerca di nuovi affari.

E lì dove la privatizzazione è avvenuta, abbiamo assistito al contemporaneo aumento dei costi e peggioramento del servizio per le comunità locali, con bollette più care e graduale deterioramento della rete distributiva rispetto al servizio pubblico.

Una chiara e netta testimonianza del fatto che la gestione delle risorse collettive, da parte del capitalismo liberista, trasforma una risorsa collettiva e irrinunciabile come l’acqua in una qualsiasi merce da trattare nel mercato capitalista, conseguentemente sottoposta alle leggi del profitto ed alle speculazioni finanziarie che tale mercato produce, traducendosi in un peggioramento delle condizioni di vita materiale della classe lavoratrice e dei più poveri.

Tutto ciò non scagiona lo Stato ed i suoi enti territoriali dalla cattiva gestione dei beni collettivi, corredata di disservizi ed incuria che scaturiscono dalla inevitabile lontananza degli apparati burocratici statali dalle istanze ed esigenze delle comunità locali di lavoratori e lavoratrici.

Tuttavia la storia di ieri e di oggi ci insegna che l’accaparramento dei beni e delle risorse collettive da parte del capitalismo liberista introduce un fattore mercificante più grande che moltiplica molto di più il disagio economico delle classi sociali più povere.

Di fronte quindi ai due quesiti referendari in difesa della gestione pubblica delle risorse idriche, promossi dal Forum Nazionale in difesa dell’acqua pubblica, ci poniamo il raggiungimento di due obbiettivi.

Uno immediato, riguardante l’ottenibile in termini odierni di migliori condizioni di vita per gli sfruttati, ossia il respingimento dell’offensiva capital-liberista, mediante l’appoggio attivo dei nostri e nostre militanti alla campagna referendaria.

Ed uno strategico, propagandando, contemporaneamente al lavoro di appoggio referendario dei comitati territoriali, dentro quella parte di popolazione sfruttata a cui apparteniamo, le ragioni e l’irrinunciabilità dell’autogestione.

Poiché siamo convinti che l’attacco da parte del liberismo capitalista alle condizioni di vita delle classi sociali più povere non si esaurirà solo con il tentativo di speculare sull’acqua, ma che tale tendenza è in atto per tutte le risorse collettive ed i beni comuni, come la sanità e l’istruzione e che i soli referendum non sono sufficienti a fermare la piovra liberista.

Così come sappiamo che, anche se rappresenterà un ottenimento momentaneo di miglioramenti sociali, non sarà sufficiente consegnare la gestione dei beni comuni all’inerzia burocratica degli enti statali ed alle loro commistioni con le imprese private.

Infatti come Comunisti Anarchici siamo coscienti che non esistono scorciatoie e che, affinché l’ambiente in cui viviamo non sia definitivamente e irreversibilmente rovinato dalle brame di profitto delle oligarchie capitaliste o lasciato deteriorare dal burocratismo statalista, l’unica soluzione, anche se la più difficile e apparentemente la più lontana, è nell’autogestione autonoma delle risorse territoriali, attraverso il controllo diretto da parte degli organismi territoriali dei produttori.

Ritornando al tema dei referendum, anche il quesito sul nucleare riguarda la difesa di un bene comune, che è quello della sicurezza ambientale.

Stiamo assistendo in questi giorni al dramma nucleare giapponese, uno dei paesi più tecnologicamente avanzati al mondo alle prese con un disastro ambientale paragonabile ormai a quello di Chernobyl.

È un copione che si ripete, comprese le menzogne e le omissioni di informazione, da parte delle agenzie statali preposte alla sicurezza, e le promesse di un nucleare futuro più sicuro.

Ma noi non ci fidiamo delle promesse di chi agisce in nome del dominio politico e del profitto capitalista.

Non ci fidiamo di chi sbandiera la chimera della sicurezza dei cosiddetti impianti di VI generazione, quelli che dovrebbero essere pronti tra una trentina d’anni, e intanto ci dice di accontentarci di quelli di III+ generazione, quelli di cui vale la pena citare il giudizio del noto fisico italiano Carlo Rubbia: l’impianto di generazione III+?… “È un dinosauro, un reattore vecchio che cercano di ammodernare e che alla fine avrà costi di produzione dell’energia troppo elevati”.

Costi legati specialmente alla sicurezza e che, se rispettati come le procedure richiedono teoricamente, renderebbero la produzione di energia non più conveniente dal punto di vista capitalista. Aspetto di cui conosciamo bene le conseguenze.

Un reattore di generazione III+ è il famoso EPR [1] col quale i nostri governanti vogliono far rifiorire il nucleare italiano. Ebbene alla fine del 2009 le Autorità di Sicurezza Nucleare francese (ASN), inglese (HSE/ND) e finlandese (STUK) hanno riscontrato congiuntamente difetti di progettazione nei sistemi di controllo dell’EPR, altro che sicurezza!

Costi che hanno costretto i progettisti a rivedere i numerosi aspetti legati alla sicurezza e che, lì dove la costruzione è già iniziata, come nella località finlandese di Olkiluoto, i costi sono lievitati dai 3 miliardi di euro per un impianto di 1,6 MW nel 2004, ai 5,7 miliardi di euro del 2010, come ammette la stessa società costruttrice Areva NP.

Immaginiamoci la costruzione di questi impianti in Italia, dove il sistema capitalista ha uno dei più alti coefficienti di corruzione dei paesi occidentali. Dove la sicurezza non è garantita nemmeno negli impianti industriali meno pericolosi del sistema produttivo capitalistico statale e privato, dove risulta “normale” anteporre il livello dei profitti rispetto a quello della sicurezza ambientale e della salvaguardia dei lavoratori.

Ma qualsiasi sia il coefficiente di corruzione della società capitalista, questa è sempre presente perché ne rappresenta la linfa vitale per mezzo della quale scorrono gli affari e si realizzano i profitti che alimentano il sistema stesso.

Ed infatti anche non considerando l’eredità fino ad oggi lasciataci di centinaia di migliaia di tonnellate di scorie radioattive, di centinaia di migliaia di tonnellate di uranio impoverito, di migliaia di tonnellate di plutonio, di migliaia di test nucleari con esplosioni volutamente provocate sia di bombe a fissione che a fusione, di radioattività conseguente, di esperimenti allucinanti condotti su esseri umani, di vari incidenti occorsi a mezzi militari a propulsione atomica o che trasportavano ordigni nucleari o di catastrofi sfiorate per un banale incidente, tutti eventi realmente accaduti ma tenuti volutamente nascosti dai governi interessati, si può comunque ricostruire una storia di incidenti occorsi alle centrali nucleari di tutto il mondo da riempire pagine e pagine di storia, fino a quella recentissima dei giorni nostri, fino a quelle che con tutta probabilità succederanno nel futuro.

Anche per questo quesito referendario, quindi, i nostri e le nostre militanti saranno impegnati nei vari comitati territoriali affinché sia raggiunto il quorum dei votanti, sempre tenendo presente che il referendum non sarà sufficiente a sconfiggere definitivamente l’offensiva Statale e Capitalista. Perché così come per tutte le risorse vitali, anche per quelle energetiche è necessaria un’appropriazione ed un controllo diretto da parte della classe lavoratrice. Un controllo ed una gestione diretta, senza alcuna intermediazione rappresentativa di potere, con la pratica dell’autodeterminazione e dell’autogestione.

E questo ci porta a rifiutare strategicamente l’utilizzo dell’energia nucleare, poiché, al di la di tutte le considerazioni di buon senso e di geopolitica che si possono fare sulla sua sostenibilità e convenienza, quello che non viene mai rimarcato abbastanza è che l’energia nucleare rappresenta la forma più rappresentativa di energia del dominio.

Infatti, controllare centralmente la produzione e la distribuzione dell’energia diviene per il potere fondamentale, anche all’interno dei confini del propria nazione.

Disporre del controllo delle materie necessarie alle nostre necessità vitali è sostanziale per il Capitale e per lo Stato perché significa controllare le nostre vite. Ed il nucleare rappresenta la forma migliore di energia da questo punto di vista, perché inaccessibile ai più e per sua natura concentrata.

Si all’acqua pubblica, quindi, e si alle energie alternative, per resistere all’attuale offensiva del liberismo ai nostri bisogni basilari e per contrastare la contaminazione radioattiva dell’ambiente in cui viviamo.

Ma partire da qui per assumere il controllo diretto dei beni collettivi e delle risorse collettive da parte degli organismi di base territoriali dei lavoratori e delle lavoratrici, attraverso la pratica dell’autogestione e dell’autodeterminazione.

Consiglio dei Delegati
Federazione dei Comunisti Anarchici

Fano, 10 aprile 2011

 

Nota:

1. European Pressurized Reactor/Evolutionary Power Reactor, reattore nucleare europeo ad acqua pressurizzata.

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