Alternativa Libertaria_FdCA

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gennaio 16
14:46 2016

La riduzione, sostanziale e anche formale, di ogni spazio di democrazia in questo paese,   in questi anni ha avuto un percorso di consolidamento e di accelerazione dovuta

da un punto di vista sostanziale, alla contrazione dei redditi e delle garanzie e alla riduzione del potere d’acquisto, al significativo impoverimento e alla precarizzazione della classe lavoratrice, sempre più proletarizzata;

da un punto di vista sindacale all’adozione del testo unico sulla rappresentanza, alla contrazione di ogni spazio di agibilità sindacale, formale e sostanziale, nel pubblico come nel privato, con la conseguente chiusura di spazi di contrattazione, senza contare la sempre minacciata riforma dello Statuto dei lavoratori, la cui valenza è ormai più che altro simbolica;

da un punto di vista politico all’abbandono di fatto di ogni finzione di legittimità governativa legata al voto popolare, con la successione di governi espressione di equilibri tutti interni alla classe politica e ai diktat europei, alla riscrittura del regime delle autonomie locali con l’abolizione delle Province per culminare con la riforma del senato.

Si profila una macchina istituzionale da un lato più leggera, che permette maggiore manovrabilità al premier di turno, dall’altra priva di quei contrappesi che permettevano, in tempi ormai lontani, forme di mediazione sociale esecrabili, forse, ma significative.

Le regioni, unico tassello finora non toccato dalla riforma, non resisteranno a lungo fuori dalla mischia falsamente moralizzatrice. Anche perché la Conferenza Stato-Regioni rimane a tutt’oggi l’unico luogo politico di interlocuzione nel continuo drenaggio di fondi dalla periferia ai bilanci centrali.

Risulta completamente stravolto l’equilibrio tra i poteri finora caratteristico di una democrazia cd matura, sia pure borghese. Ridotto il parlamento a una camera chiamata a ratificare, neanche più a suon di fiducie, ma di tempi contingentati, l’esecutivo ha ormai avocato a sé ogni potere legislativo, gestito a suon di maxidecreti che invalidano anche pesantemente il quadro normativo previgente, in nome di una continua emergenza legata ai desideri dei poteri forti e alla gestione mediatica dell’esistente. Così il quadro normativo, con buona pace dell’onnipresente richiamo alla semplificazione, risulta sempre più farraginoso e contraddittorio, con un aumento della conflittualità giuridica e la inapplicabilità di fatto di molte norme, che si tramuta in una sostanziale impunità dovuta alla prescrizione, per una stragrande parte dei reati, ad esempio per quelli ambientali ma non solo. Il potere giudiziario ha ormai rinunciato a ogni possibilità di terzietà e di autonomia e sembra in grado di resistere solo di fronte a minacce di riforme complessive, implodendo di fatto nella gestione ordinaria della giustizia e riuscendo a garantire il rispetto dei tempi, e quindi la conclusione dei processi, solo in condizioni di straordinarietà, rendendo così evidente l’uso politico della norma (basti pensare, senza riandare ai processi berlusconiani, alle inchieste sulla TAV, e all’uso del procedimento per direttissima per ogni reato cosiddetto legato all’allarme sociale, quindi alla povertà). Una giustizia sempre più classista e razzista, punitiva e repressiva, e sostanzialmente inetta a garantire il rispetto ai diritti basilari di cittadinanza e di convivenza, né il rispetto di standard almeno europei.

Il richiamo alla difesa della Costituzione, periodico quanto lodevole, di fronte alla riforma del senato risulta così non solo obiettivamente fuori tempo massimo ma anche insospettabilmente ingenuo, per di più quando fatto sulla base di tecnicismi legati alla difesa dell’esistente, e non a partire dalla ricostruzione dal basso di quei valori fondanti che pure la Costituzione non è riuscita a rendere qualche cosa di più che nominali neanche in tempi migliori.

La scomparsa dagli scranni della rappresentanza ufficiale di ogni formazione non dichiaramente interclassista è senz’altro legata all’attuale debolezza dei rapporti di forza tra le classi ma mette anche fine all’illusione di un riformismo che pretendeva di rappresentare l’unico orizzonte di cambiamento. Questo lascia molti soggetti sociali, vittime per decenni della sindrome del governo amico, orfani di un riferimento parlamentare, e incapaci di elaborare strategie di difesa di qualche utilità ed efficacia.

La parabola del M5S, anche al netto delle sue ambiguità e dei suoi limiti, dimostra l’assoluta futilità del tentativo di riformare questo sistema dall’interno e dell’insufficienza della questione morale a spiegare il decadimento istituzionale in cui siamo immersi. L’anomalia Italia esiste, rappresentata anche da un presenza pervasiva di un malaffare organizzato che governa da anni le sorti del paese di cui sarebbe lungo ripercorrere percorsi, complici e fruitori, ma la stretta autoritaria e repressiva, magari con maggiore pudore, è oggi evidente linea di tendenza praticamente di tutte le democrazie anche mature.

Anche a livello locale, dove parrebbe più facile intervenire per una migliore gestione della cosa pubblica, forti a volte di un tessuto sociale che ha in qualche modo resistito e si illude di passare all’offensiva in occasione delle varie tornate elettorali, in forme di ricomposizione sempre più risicate e complesse di scampoli residui di opposizione sociale, l’unico risultato possibile è quello di favorire dei cambi di gestione e di potentati locali di riferimento.

Le esperienze di democrazia partecipativa istituzionalizzata, affacciatesi nello scorso decennio in qualche area metropolitana, hanno avuto vita effimera, nonostante il permettere il dispiegarsi di qualche forme di partecipazione attiva.

Considerato quanto sopra il IX Congresso della FdCA impegna la Federazione tutta ad impegnarsi per

  • tenere aperti e ad ampliare tutti gli spazi di dibattito e gli organismi di rappresentanza dal basso che si esprimono nei territori sulla base di una prassi libertaria e di contenuti rivendicativi anticapitalisti;

  • federare tali strutture in forum, coordinamenti, reti, assemblee territoriali in cui moltiplicare il potenziale di opposizione, di dissenso e di ricostruzione di un tessuto sociale che si pone come soggetto rivendicativo, rappresentativo ed edificatore di un progetto di liberazione e di società comunista e libertaria.

In questo fosco panorama, ogni forma di riaggregazione civile, ben prima che rivoluzionaria, appare necessaria e doverosa. A partire, data la frammentarietà di ogni tipo di esperienza, sia politica che sindacale che sociale, dall’ambito locale, il più immediato nelle disponibilità dei militanti, e dalla costruzione di risposte collettive ai bisogni primari della classe lavoratrice. In chiave di rivendicazione di reddito diretto e indiretto. Difendere il reddito diretto significa contrastare la solitudine e l’isolamento nei posti di lavoro, il difendere qualità e quantità dei posti di lavoro dandosi una prospettiva di lotta e di ricostruzione della produzione su basi autogestionarie o almeno di sempre maggiore autonomia, ma anche la creazione di reddito possibilmente in forme collettive, difendere il reddito indiretto significa rivendicare il necessario alla sopravvivenza, (bollette, case popolari, reddito di cittadinanza), la resistenza all’indebitamento, anche con forme de-monetarizzazione solidale, dove possibile, di beni e servizi. Perché il consumismo e l’elogio della pauperizzazione sono momenti successivi ma non incompatibili dell’ideologia liberista volta a spremere ciascuno di noi, e noi tutti insieme come classe, a beneficio di una classe padronale sempre più ingorda, da cui sfuggire rivendicando un’equa ripartizione non dello spreco ma delle risorse e delle fatiche, a partire da oggi ma con lo sguardo a un domani che sembra irraggiungibile ma con cui bisogna, e vogliamo, fare i conti.

Difendere l’agibilità politica dalla repressione, i servizi pubblici, i diritti e i beni collettivi dalla distruzione capitalistica è difendere la possibilità di costruire una vita degna e giusta, fare politica nel senso più alto del termine. Se lo stato di decadimento della politica istituzionale in questo paese è particolarmente degradata, indifendibile dagli stessi partecipanti, noi come anarchici e libertari di classe sappiamo che queste istituzioni non meritano lo sforzo di cercare di riportarli a un livello di minima decenza e presentabilità. Sappiamo che solo una radicale presa in carico da parte della classe lavoratrice può interrompere la spirale di distruzione e degradazione che ci sta travolgendo. E se questa presa in carico non può che essere costruita resistendo giorno per giorno, essa non passa per la gestione dell’esistente, per nessuna anima bella, per nessun uomo della provvidenza o del fare, per nessun giovane o nuovo che avanza.

Passa per l’azione collettiva dal basso, per la ricostruzione dell’appartenenza di classe, di una classe che non distingue razze, fedi religiose, categoria o contratto, che non si divide in occupati, inoccupati, precari, dentro o fuori dal mondo del lavoro tipicamente inteso, ma tra sfruttati e sfruttatori, tra chi resiste e chi collabora allo sfruttamento, tra chi pensa di salvarsi da solo e chi costruisce alternativa.

Alternativa Libertaria/FdCA

Cingia de’ Botti (CR), 1-2 novembre 2014

Ordine del giorno approvato dal IX Congresso Nazionale della FdCA

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