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Siria: quale destino per i Curdi nei negoziati di Ginevra?

Siria: quale destino per i Curdi nei negoziati di Ginevra?
febbraio 08
21:04 2016

La settimana scorsa si doveva tenere a Ginevra una riunione nel quadro dei colloqui indiretti tra il governo siriano e le varie fazioni dell’esercito di “opposizione” raggruppate sotto il nome di Alto Comitato per i negoziati. Non c’era bisogno di essere chiaroveggenti per capire che questi negoziati sarebbero falliti, ma in questo caso, non sono nemmeno iniziati. L’inviato speciale delle Nazioni Unite per la crisi siriana, Staffan de Mistura, ha deciso di rinviare l’incontro al 25 febbraio. Questo rimarchevole assortimento di gruppi finanziati a colpi di petrodollari dai fondamentalisti sauditi e dagli sponsor occidentali (tra i quali, il più dichiaratamente islamista Jeich Al Islam, non si preoccupa neppure di darsi un veste democratica) si sta rendendo conto che la loro avventura militare -applaudita dall’Occidente fino a che i  rifugiati non sono diventati un problema- è irrimediabilmente crollata, lasciando dietro di sé una scia di moltitudine di morti, di mutilati e di sfollati. La famelica “opposizione” siriana tratta per guadagnare tempo in quanto è sull’orlo del collasso, ed è chiaro che non è in grado di esigere la partenza immediata di Assad. Il problema è che l’unica decisione accettabile per l’Occidente come pure per le teocrazie e per la Turchia, è che Assad  lasci, in qualsiasi modo e in qualsiasi momento – cosa ha in occidente quel sostegno che non sembra avere in Siria. L’unica cosa che si è pronti a discutere è la data di partenza di Assad e le sue condizioni. Questa è la sostanza di ciò che sarà discusso il 25 febbraio.

Curiosamente, il partito curdo PYD, che è, tra l’altro, un attore politico chiave nel futuro della Siria e l’unica forza che ha combattuto lo Stato islamico sul terreno, è stato escluso dalla riunione. È paradossale che esso venga boicottato come membro della riunione, mentre i media occidentali spesso presentato i kurdi come “amici” dell’Occidente, facendo attenzione a non parlare degli obiettivi politici di questo movimento ed a limitare la loro simpatia ad immagini semi-erotizzate di giovani donne armati di fucili. Questa visione è tipica del modo di Hollywood di percepire la realtà dei media, ideologicamente ed economicamente dominata dagli Stati Uniti, in cui si guarda al mondo come se fosse un film in cui si devono distinguere facilmente i buoni dai malvagi. Così come si può dire che l’imperialismo non ha amici o nemici, ma che persegue solo i suoi interessi, anche i Curdi hanno la loro agenda, il loro progetto politico, e lavorano perchè si realizzi. Lo fanno da soli, tra la profonda simpatia da parte dei settori popolari in tutto il mondo, anche con uno sguardo di simpatia da parte dei poteri che in realtà cercano solo di strumentalizzarli. E’ in questo senso che ha preso forma, ad un certo punto, una convergenza fugace tra Stati Uniti, Europa e Curdi quando si trattava di combattere lo Stato Islamico; tuttavia, i Curdi saranno la prima vittima dei cambiamenti di umore della politica imperialista degli Stati Uniti quando cercheranno  una soluzione alla crisi siriana, che serva ai loro interessi strategici.

Dal punto di vista degli Stati Uniti, i Curdi sono necessari come truppe d’assalto per affrontare lo Stato Islamico, ma non sono considerati come autonoma e legittima forza politica nella ricerca di una soluzione politica alla crudele guerra civile. Ma perchè? Perché gli USA hanno bisogno di mantenere buone relazioni geostrategiche con la Turchia, un membro chiave della NATO. Il governo islamico turco insiste per rovesciare Assad a causa dell’orientamento laico-nazionalista  di quest’ultimo e della sua alleanza con Hezbollah in Libano e con l’Iran, che ha portato alla costituzione di un blocco di contrasto alle ambizioni egemoniche delle dittature teocratiche del Golfo, a loro volta alleate naturali del regime di Ankara. Ma oltre alla sua ambizione di consolidare la propria posizione di leader nella regione, il piano turco ha come obiettivo strategico quello di eliminare il movimento kurdo su entrambi i lati del confine. Erdogan si basa sulla laicità dello Stato autoritario fondato da Kemal Atatürk, mentre sogna il ritorno alla grandezza del califfato ottomano. In una certa misura, Erdogan è diventato il personaggio che è riuscito a colmare il divario tra laicismo e Islam politico, tra lo stato moderno e il califfato, accontentando tutte le fazioni della classe dominante turca.

Sia dal punto di vista del suo progetto egemonico che di quello di mantenere lo stato autoritario basato sulla premessa modernista di “un popolo, una lingua, una bandiera” – in nome della quale vengono giustificati sia il genocidio armeno del 1915 che l’attuale pulizia etnica in corso in alcune regioni della Turchia- per Erdogan i Curdi sono un problema di difficile soluzione. Il progetto curdo basato su una democrazia partecipativa, laica e socialista, su una visione confederalista, sulla difesa del loro diritto di esistere, è ormai una vera e propria spina nel fianco per Erdogan e  per i suoi alleati nelle teocrazie del Golfo. Al centro del conflitto, il movimento curdo in Siria è alla ricerca di un più alto livello di democrazia e di autonomia ed ha dichiarato che la sua priorità non è la partenza di Assad, ma stabilire nuovi rapporti tra la società civile e lo Stato siriano. Consentire  l’esperienza democratica nella Rojava, territorio prevalentemente curdo nel nord della Siria, è dal punto di vista di Erdogan, un pericoloso precedente per i Curdi del Bakur, territorio a maggioranza curda occupato dallo stato turco, per i quali la Rojava è una enorme fonte di incoraggiamento e ispirazione.

Ma rappresenta un’enorme ispirazione anche per il popolo turco, che soffre di una evidente mancanza di democrazia nel paese e che, nel 2013, si era ribellato in una ondata di indignazione che aveva travolto il paese dopo Gezi Park. Erdogan si è praticamente mantenuto  al potere attraverso l’uso del terrore e della violenza estrema nelle recenti elezioni. Questo è il motivo per cui ha chiuso gli occhi per l’evidente collusione tra lo Stato Islamico (un’organizzazione che mantiene legami organici con le teocrazie del Golfo e l’Arabia Saudita),  l’apparato repressivo e l’esercito turco, perché gli torna utile nello scontro con i Curdi e le loro milizie (YPG) in Siria; questo è il motivo per cui alcuni settori dell’establishment turco mantengono legami economici con lo Stato Islamico, principalmente attraverso l’acquisto di petrolio; perché Erdogan dimostra una incapacità sconcertante nell’attaccare lo Stato Islamico, accanendosi con  una determinazione senza pari nella sua lotta contro i guerriglieri curdi sui territori siriani, iracheni e turchi; questo è il motivo per cui Erdogan ha anche adottato un atteggiamento di sfida nei confronti della Russia, il cui intervento fa pendere la bilancia decisamente contro lo Stato Islamico. Non è un caso che la Russia è il paese che insiste sul fatto che, in primo luogo, il destino di Assad rimane nelle mani del popolo siriano e non di un piccolo gruppo composto da milizie finanziate dall’estero, ma anche che i kurdi devono partecipare come attore legittimo di qualsiasi negoziato per trovare una soluzione alla crisi.

Gli Stati Uniti e l’Occidente si trovano in una situazione ambigua. Vogliono neutralizzare lo Stato islamico e, allo stesso tempo, soddisfare i loro soci geostrategici. Ecco perché lo fanno in modo apparentemente contraddittorio. Odiano l’instabilità nella regione causata dalla presenza dello Stato islamico, ma non sono in grado di affrontare la questione in modo determinato in quanto ciò potrebbe ostacolare i loro alleati nella regione: le teocrazie del petrolio e la Turchia, membro della NATO. Questo è il motivo per cui hanno bisogno dei kurdi come truppe d’assalto per affrontare lo stato islamico, ma niente di più. Ecco perché, da veri e propri schizofrenici, considerano i combattenti curdi in territorio turco (PKK) come terroristi, ma quando sono in territorio siriano (YPG), diventano magicamente combattenti per la libertà – anche se condividono la stessa ideologia, lo stesso progetto politico, gli stessi metodi, le stesse armi, gli stessi combattenti e gli stessi leader. Tuttavia, anche se non li considerano come terroristi (per ora), non possono considerarli come attori politici, e guardano dall’altra parte quando l’esercito turco intensifica gli attacchi contro i Curdi sull’altro lato del confine e quando  emergono gravi indizi che la Turchia potrebbe invadere la Rojava con tutta la sua potenza militare, innescando una  carneficina contro i Curdi. Il tutto con l’accordo della “comunità internazionale” guidata da Washington e Bruxelles.

Da questo punto di vista, non è un caso che la “comunità internazionale”, Stati Uniti in testa, ora gira le spalle ai suoi “amici” curdi, dando legittimità politica ad una coalizione eterogenea di islamisti e opportunisti dell’ultima ora -la cosiddetta opposizione democratica siriana, che non esisterebbe senza i petrodollari e le armi forniti dagli sceicchi autocratici del Golfo e dal piccolo califfato di  Ankara. Nel momento in cui si dovranno prendere decisioni di merito, il futuro della Siria si giocherà in un oscuro ufficio a Ginevra, fuori dalla portata della volontà del popolo kurdo e del popolo siriano. I Curdi hanno bisogno di capire quale sia il loro posto nello scacchiere del Medio Oriente: servire da carne da cannone in guerra e sottomettersi quando sarà l’ora di decidere il destino della regione? In tutta questa faccenda, l’ONU ha dimostrato, ancora una volta, la sua incapacità di risolvere alcunchè, cedendo alla volontà di chi grida più forte e lasciando persistere la crisi, piuttosto che contribuire  a superarla. Cosa ci si potrà aspettare dai negoziati di Ginevra, quando riprenderanno? Niente, come al solito.

José Antonio Gutiérrez D.
04/02/16

(traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca – Ufficio Relazioni Internazionali)

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