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Come l’imperialismo e le classi dirigenti postcoloniali hanno saccheggiato l’Africa

Come l’imperialismo e le classi dirigenti postcoloniali hanno saccheggiato l’Africa

la lotta di classe ed il comunismo anarchico come soluzione
Più o meno 50 anni fa abbiamo assistito allo smantellamento della maggior parte degli imperi coloniali europei in Africa. Grandi speranze avevano salutato le “nuove nazioni” che si erano formate – e certamente, c’era stato un loro progressivo discostarsi dal dominio coloniale, con il suo razzismo, il controllo esterno e l’economia estrattiva.
Delusioni dell’indipendenza
Tuttavia, molte delle speranze furono presto deluse. Politicamente, gli Stati africani più indipendenti si sono trasformati in dittature o in sistemi a partito unico, di solito guidati dal partito nazionalista che aveva preso il potere al momento dell’indipendenza – e, progressivamente anche l’esercito ha assunto un ruolo sempre più importante. Molti di questi stati erano altamente corrotti, anche predatori, e il divario tra le locali classi dirigenti indigene che si erano affermate e le masse, è cresciuto in misura esponenziale.
Queste piaghe non hanno avuto origine dal periodo coloniale, dato che molte società africane erano già molto divise, ma si sono reiterate e si sono sviluppate nel corso del tempo. Le nuove classi dirigenti erano emerse in gran parte da gruppi di classe media istruita e dalle aristocrazie tradizionali; invece, dall’indipendenza in poi, le masse non hanno mai gestito le “nuove nazioni”.
Sono poi seguite le ristrutturazioni neoliberiste degli anni ’80. La povertà e le disuguaglianze sono molto diffuse, la disoccupazione esiste su larga scala, con un tasso di persone in stato di assoluta povertà e in zone di guerra che qui supera quello di qualsiasi altra regione del mondo. I piani postcoloniali di industrializzazione delle economie con la costruzione di una industria  manifatturiera locale tramite economie chiuse e protette, sono in gran parte falliti. Oggi, l’intero PIL dell’Africa sub-sahariana, compresa la sua potenza economica, il Sud Africa, vale meno della metà di quello di un unico solo paese europeo come la Germania.
Respingere le spiegazioni razziste
Mettendo da parte il Sud Africa, che ha una storia peculiare tutta sua, come spiegare ciò che è successo all’economia africana? Possiamo subito sgombrare il campo da quelle interpretazioni secondo cui gli Africani sarebbero i più corrotti o i meno capaci.
Oltre ad essere basate su idee razziste, queste spiegazioni non tengono conto del fatto che i grandi fallimenti economici, le disuguaglianze, la repressione e bassi livelli di sviluppo industriale si possono riscontrare ovunque – comprese intere aree dell’Europa, specialmente nelle regioni orientali e meridionali.
Il ruolo del colonialismo
Una spiegazione molto più comune e diffusa nella sinistra dà la colpa quasi del tutto al colonialismo.
Questa argomentazione fa giustamente notare che l’inserimento di gran parte dell’Africa nell’economia mondiale capitalista come produttore di materie prime (agricole o estrattive) ha messo il continente in una condizione di svantaggio. Un paese in cui il nucleo dell’economia poggia sulla esportazione di merci come il cacao o il mais è un paese molto vulnerabile. Se le esportazioni  o i prezzi scendono, sorgono subito gravi problemi. Dal momento che queste economie  ‘agro-minerali’ devono importare beni costosi ma essenziali, ecco che sono doppiamente vulnerabili.
Molti piani di industrializzazione postcoloniali sono stati finanziati da entrate derivanti dalle esportazioni di materie prime – tramite le tasse e, dove la proprietà statale era soverchiante, dai profitti – ma questo flusso di capitali si prosciugò negli anni ’70 con la crisi globale del capitalismo. Per provare a salvare la situazione, molti Stati si indebitarono pesantemente, sprofondando sempre più nel vortice del debito. Alcuni paesi, come lo Zambia, ebbe una finestra di solo 9 anni dalla sua indipendenza (1964) alla crisi globale (1973) per cercare di cambiare un modello vecchio di un decennio; ma le loro prospettive non sono mai state granchè.
Le economie africane, pesantemente orientate verso l’esportazione di materie prime prodotte con madopera a basso costo, sono entrate in una grave crisi a partire dagli anni ’70.
Ma c’è molto di più oltre il colonialismo
Il problema che sorge con la spiegazione coloniale, è che essa ci dice molto poco sul perché i paesi che esportano materie prime di grande valore – come la Nigeria, con la sua grande industria petrolifera – si trovano anch’essi in una disastrosa situazione di ristrettezze economiche. Infatti, la Nigeria ha sistematicamente sia l’energia petrolifera che la carenza di benzina, pur essendo il 12° più grande produttore di petrolio al mondo. A questo proposito, va detto che non tutti i paesi con una storia coloniale alle spalle rimangono intrappolati nel destino di produttori di materie prime o di perdenti economici.
A parte esempi alquanto ovvi come gli Stati Uniti, una ex-colonia britannica, potremmo confrontare il Ghana e la Corea del Sud, l’uno colonia britannica e l’altra giapponese, divenuti indipendenti nel giro di pochi anni l’uno dall’altro, con similitudini sia nei problemi economici che nelle dimensioni della popolazione e dei periodi di dominio coloniale. Il Ghana ha sopportato decenni di crisi economica e ha perso da anni gli investimenti ed il business occidentali. La Corea del Sud è diventata, nonostante la guerra civile nel 1950, una grande potenza industriale, con un’economia più grande di quella di molti paesi occidentali.
Una storia coloniale inoltre non spiega, di per sé, perché – nonostante i problemi – la classe dirigente di questi paesi rimane incredibilmente ricca: c’è un problema qui relativo a come le risorse vengono controllate e che non trova spiegazioni guardando solo al colonialismo. Una accentuazione sui problemi esterni porta ad una cecità sulle dinamiche di classe interne.
Accumulazione con la corruzione
Ma quando si guardano più da vicino le strutture di classe interne, le risposte emergono. In gran parte dell’Africa subsahariana, le nuove classi dirigenti che hanno preso il posto delle potenze coloniali hanno utilizzato lo Stato per accumulare ricchezza. Il che ha preso la forma, in molti casi, della corruzione diretta, che a sua volta ha portato ad economie in declino mentre infrastrutture come l’energia e le strade hanno cominciato a crollare. Invece di servire gli interessi imperialisti, questa situazione ha portato alla caduta delle esportazioni di materie prime ed alla instabilità politica.
Dal momento che la chiave interpretativa qui è l’aumento dei governanti corrotti, occore dare una spiegazione anche alla corruzione. Al momento dell’indipendenza, a differenza di molte altre regioni, non c’era una classe capitalista locale. C’erano pochi industriali locali, a confronto ad esempio dell’India, il che significava ben poche pressioni a livello locale sulla capacità distributiva dello Stato.
Ma significava anche che c’era poco spazio per le classi dirigenti che avevano il potere al momento dell’indipendenza, di accumulare ricchezza altrimenti che ricorrendo allo Stato. Con lo Stato come luogo principale di accumulazione, sono scoppiati crudeli scontri tra fazioni delle classi dirigenti, portando ad un ciclo di repressione, di colpi di stato militari, di Stati a partito unico ed alla instabilità. Spesso le divisioni tribali, razziali e religiose si sono dispiegate a ventaglio in questi conflitti, portando alle violenze.
I rapporti di forza tra le classi
I movimenti della classe operaia non erano molto forti (i sindacati erano piuttosto piccoli) e la sinistra era spesso molto debole. Questo ha reso difficile iniziare a mettere i freni alle classi dirigenti corrotte. Col moltiplicarsi delle dittature, i sindacati e gli oppositori dissidenti sono stati repressi o cooptati. Nelle campagne, si è mantenuto il sistema di governo dei capi e dei re, già utilizzato dalle potenze coloniali. I piccoli agricoltori, molti dei quali contadini, sono sempre difficili da organizzare – ed il governo gestito dai capi ha reso la situazione peggiore.
Per cui, anche se la storia coloniale è una componente del problema, non la si dovrebbe usare per giustificare le locali classi di governo, che hanno saccheggiato i loro stessi paesi e represso le classi popolari.
Il disordine del libero mercato
Le misure neoliberiste adottate dagli anni ’80 hanno avuto risultati contrastanti. Dato che si dava  la colpa di tutti i problemi all’intervento statale, ignorando l’economia mondiale, molti dei piani neoliberisti sono stati completamente sbagliati – anche in termini capitalistici. In generale la povertà, la disoccupazione e i prezzi sono aumentati in modo drammatico, anche se questo probabilmente sarebbe accaduto comunque.
Ne sono scaturite rivolte di massa, che hanno portato ad un’ondata di governi dimissionari. Ma dal momento che questi movimenti di “seconda liberazione”, in generale, non avevano granchè in termini di programma politico, a parte alcune riforme democratiche, la maggior parte di loro sono degenerati. I diritti politici sono stati ampliati, ma resta lo Stato corrotto, così come la struttura economica agro-minerale. La recente crescita economica è trainata principalmente dalla maggiore domanda di materie prime dall’Asia, ma i problemi di fondo della povertà e della instabilità rimangono.
La necessità di una rottura radicale
Solo un cambiamento radicale – una nuova Africa, fondata su uno sviluppo socialista e libertario – può mettere fine a questo ciclo di violenza. Il che significa una lotta contro le classi dirigenti africane, come pure contro l’imperialismo. Ed è necessaria anche una rottura con le idee “terzomondiste” che ignorano la questione di classe all’interno dell’Africa, e col nazionalismo, il quale chiama all’unità di tutti gli Africani – cosa che può solo portare ad una sorta di inutile unità tra gli oppressori locali e le loro vittime.
Senza un programma politico promosso dalla sinistra progressista e dagli anarchici, le frustrazioni e la miseria delle masse troveranno risposte in idee vuote (come la  “democrazia”) o in movimenti reazionari (come Boko Haram) ed in sentimenti come il razzismo e l’odio verso gli immigrati.
LUCIEN VAN DER WALT

Pubblicato su ‘Tokologo,’ n° 5/6, pp. 17-19.
Link esterno: http://zabalaza.net
(traduzione a cura di ALternativa Libertaria/fdca – Ufficio Relazioni Internazionali)

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