Alternativa Libertaria_FdCA

Note sul Venezuela

venezuelaDal 4 aprile 2017, giornata della manifestazione a Caracas contro il governo Maduro e sfociata in gravi incidenti in Avenida Libertador, il Venezuela è precipitato in una crisi politico-sociale con decine di vittime.
Il prologo
Dopo un 2014 segnato da proteste popolari, bollate dal governo come fasciste, capitaliste e manovrate dall’estero, si tengono nel 2015 le elezioni parlamentari che vengono vinte dall’opposizione.
Si crea una situazione duale: da una parte l’Assemblea Nazionale controllata dall’opposizione, dall’altra il presidente Maduro.
Il 29 marzo 2017, la Corte Suprema venezuelana -fedele al presidente Maduro-  avoca a sè i poteri legislativi, che sono prerogativa dell’Assemblea Nazionale.
Cile, Colombia e Perù ritirano i loro ambasciatori.
L’OAS (Organizzazione degli Stati Americani) parla di “auto-golpe”.
Il 31 marzo 2017, la  procuratrice generale del Venezuela, Luisa Ortega Diaz, una lealista del presidente, nel corso dell’apertura dell’anno giudiziario in diretta TV, definisce la decisione della Corte Suprema come una “rottura” dell’ordine costituzionale.
Alcune ore dopo la diretta TV, il presidente Maduro convoca il Consiglio per la Difesa Nazionale ed ordina alla Corte Suprema di ritirare le parti più controverse della sua decisione.
Una frattura senza precedenti ai vertici del potere bolivariano, che potrebbe aprire la strada ad un negoziato tra esponenti del governo e dell’opposizione.
I personaggi
La stessa Ortega, una dura dello chavismo,  odiata dall’opposizione per aver incarcerato dei suoi esponenti politici, sembra voler prendere le distanze da esponenti chavisti più estremisti di lei.
I “Talebani“, come alcuni chavisti amano definire i duri del governo sono: Diosdado Cabello (ex-presidente dell’Assemblea Nazionale) ed il vice-presidente di Maduro, Tareck El Aissami.
Quest’ultimo accusato dagli USA di essere  di essere un signore della droga.
Cabello avrebbe ispirato la decisione della Corte Suprema, tanto da darne l’annuncio sul suo programma televisivo solo pochi minuti dopo la pubblicazione.
Il dissenso della Ortega è un segnale del fatto che non tutti gli esponenti del governo chavista erano preparati ad una decisione così pericolosa per la democrazia venezuelana.
Lo stesso capo della forze armate, Vladimir Padrino avrebbe sollecitato il presidente Maduro a rivedere la decisione della Corte Suprema.
Il debito
Intanto il paese soffre una severa scarsità di cibo e di medicine in seguito al crollo delle importazioni, non più sostenibili a causa dell’esaurirsi delle riserve valutarie ridottesi in seguito alla caduta del prezzo del petrolio.
Il governo non osa dichiarare il default del paese di fronte ad un debito estero di $110 mld, per paura che i creditori mettano le mani sull’industra nazionale del petrolio.
La necessità di pagare il debito starebbe dunque dietro la presa del potere della legislatura da parte della Corte Suprema.
Il governo e la compagnia petrolifera di stato (PDVSA) hanno rimborsato in aprile $2,8 mld di obbligazioni, pari ad 1/4 delle riserve di valuta internazionale.
Il 18 maggio sono stati pagati $285 mln per gli interessi delle obbligazioni in scadenza nel 2024 e 2026.
Per pagare questo debito, il governo ha cercato di raccogliere fondi utilizzando joint ventures, vendita di assets (beni pubblici. ndr) e la stipula di accordi con investitori e governi esteri, in particolare con la Russia (è del 19 maggio l’accordo per la fornitura mensile di 600.000 tonnellate di grano russo al Venezuela, più la realizzazione di 5 impianti per l’assemblaggio di camion russi).
L’Assemblea Nazionale ha messo in guardia il governo sul fatto che tali accordi non sono validi senza la sua approvazione.
Questa minaccia ha spinto il governo a stipulare un prestito di $440 mln con la CAF, una banca per lo sviluppo internazionale  con sede a Caracas.
Ecco dunque il perchè della decisione della Corte Suprema, per dare maggiore potere a Maduro nelle joint ventures nel settore degli idrocarburi.
L’opposizione
Incoraggiata dalle spaccature all’interno del governo, l’opposizione ed alcuni paesi confinanti chiedono la restituzione dei poteri alla Assemblea Nazionale, l’indizione delle elezioni regionali nel 2017 e di quelle presidenziali per il 2018.
Ma gli chavisti non sarebbero pronti.
Dovessero perdere le elezioni, i duri del governo temono di essere colpiti nelle loro famiglie e nei loro beni.
C’è addirittura chi anticipa la necessità di concordare dei “lasciapassare” per l’esilio.

Non dimentichiamo che…..

Il Fondo Monetario sostiene che l’economia venezuelana ha subito una contrazione del 10% nel 2016 ed alla fine del 2017 si prevede un ridimensionamento del 23% rispetto al 2013.
L’inflazione nel 2017 è data al 1600%.
Nel 2016, i 3/4 della popolazione venezuelana avrebbero perso 8,7 kg di peso a persona a causa della scarsezza di cibo.
Dipendenza dall’economia del petrolio
L’economia venezuelana è costruita sul petrolio e stando ai suoi dirigenti avrebbe le più consistenti riserve a livello mondiale, per cui i guai per il paese deriverebbero dai bassi prezzi del greggio.
Il petrolio copre il 90% dell’export del Venezuela. I suoi entroiti sostengono il bilancio dello Stato ed i costi per le importazioni di beni di consumo: il Venezuela importa di tutto, dalla carta igienica  ai pantaloni.
Quando il prezzo del petrolio crebbe vertiginosamente nei primi anni 2000, il Venezuela si ritrovò inondato di liquidità.
Ma nel 2014 i prezzi iniziarono a scendere.
Quando il flusso di dollari dovuto all’export precipitò, il nuovo presidente Maduro si trovò di fronte ad una serie di opzioni.
Avrebbe potuto svalutare la moneta nazionale, il bolivar.
Ma i prezzi dei beni importati sarebbero cresciuti, con conseguente crollo della domanda per beni per i quali non c’erano abbastanza dollari da investire.
Inoltre l’aumento dei prezzi avrebbe leso la tensione egualitaria del governo bolivariano.
Ed avrebbe reso impopolare il nuovo presidente Maduro.
Invece Maduro ha deciso di mantenere sovrastimato il tasso di cambio ufficiale e di razionalizzare le importazioni con un’azione di controllo più stretto sull’accesso alla valuta pregiata.
Fin dall’inizio dell’era Chavez, il governo aveva controllato il flusso di dollari che entravano nell’industria del petrolio: chi importava doveva dimostrare che stava cercando di portare nel paese qualcosa di valore prima che gli fosse consentito di scambiare bolivars con dollari.
Maduro ha operato un’ulteriore stretta sui controlli.
Ma l’effetto non è stato quello che il governo bolivariano pensava di ottenere.
Col drastico ridursi delle importazioni, i prezzi hanno iniziato a salire.
Maduro ha messo sotto controllo i prezzi, ma la drastica riduzione dell’approvvigionamento di beni importati ha finito per alimentare il mercato nero.
A  questa situazione bisogna aggiungere i guai fiscali del Venezuela.
Con il dimezzamento dei rendimenti da export di petrolio, il deficit ha iniziato a salire.
Maduro avrebbe potuto tagliare la spesa pubblica ed allargare la platea dei contribuenti, ma queste misure devono essere apparse non appropriate per un presidente di fresca nomina.
Così il Venezuela ha iniziato a stampare carta  moneta per saldare i conti, col risultato di una devastante inflazione che mina ogni soluzione economica.
Politica di gestione dell’economia del petrolio
Dunque il petrolio è solo un capro espiatorio nella tragedia del Venezuela.
La dipendenza economica dall’export di petrolio è sempre un limite per un paese produttore.
Gli alti prezzi del petrolio, infatti, aumentano la pressione sui tassi di cambio, mettendo però i settori industriali non petroliferi in una situazione di svantaggio competitivo.
Che accresce la dipendenza di un’economia esportatrice di petrolio, peggiorando la situazione quando il prezzo del greggio eventualmente dovesse decrescere.
Tutti gli Stati che esportano petrolio conoscono questa regola e quindi cercano di mitigare i rischi.
Quando le cose vanno bene, c’è chi usa l’afflusso di valuta pregiata nelle casse di stato per costruire riserve in valuta estera che può essere utilizzata in seguito per coprire le obbligazioni in valuta estera e le fatture di importazione.
Ad esempio, l’Arabia Saudita dispone ora di riserve valutarie pari a $500 mld.
Altri Stati utilizzano
i profitti da petrolio per alimentare il loro fondo sovrano che investe in un portafoglio diversificato, allo scopo di ridurre gli effetti di una lunga esposizione all’economia del petrolio.
Il fondo sovrano della Norvegia, destinato a finanziare il sistema pensionistico statale, dispone di quasi $900 mld.
Chavez ed il petrolio
Chavez ebbe la fortuna di diventare presidente nella coda di due decenni sconvolgenti (1979-1999) per i prezzi del petrolio e di aver saputo presiedere al loro aumento successivo.
Infatti, i soldi che entravano li spendeva.
Dal 2000 al 2013, la spesa pubblica era salita dal 28% al 40% del PIL, l’incremento più alto in tutta l’America Latina.
Ma una spesa pubblica così importante aveva bisogno di una crescita delle riserve di valuta estera.
Nel 2000, il Venezuela aveva riserve sufficienti a coprire più di 7 mesi di importazioni, nel 2013 ne aveva per coprire solo 3 mesi di importazioni.
Va detto che nello stesso periodo le riserve valutarie russe passavano da 5 a 10 mesi di copertura dell’import, mentre l’Arabia Saudita passava da 4 a 37 mesi di copertura dell’import.
Chavez ha sempre sostenuto che nei 20 anni di prezzi stabili del petrolio, dal 1979 al 1999, i Venezuelani se la passavano male non a causa dei prezzi bassi del greggio, ma perchè i capitalisti si impadronivano di tutta la ricchezza.
Durante la sua presidenza ha impiegato la spesa pubblica in programmi sociali ed in sussidi per il cibo e l’energia, con evidenti miglioramenti del tenore di vita dei Venezuelani .
Ma ha espropriato e redistribuito la ricchezza anche per indebolire i suoi nemici e per conquistarsi degli alleati.
Ha sottovalutato l’impatto del benessere da petrolio che dava fondamento al suo socialismo bolivariano.
I suoi attacchi al settore industriale privato hanno fatto venir meno le competenze ed i capitali necessari a sviluppare le forze produttive.
Gli è rimasta solo l’industria nazionalizzata del petrolio.
Negli ultimi anni il suo Venezuela ha prodotto meno petrolio della Cina ed 1/4 di quello saudita.
La scommessa -perduta- su un lungo periodo di prezzi alti del petrolio gli ha impedito di poter prendere in considerazione delle alternative sul breve periodo.
Ed ora, la burocrazia (i cosiddetti boliburgeises) che ha la gestione del potere è portata a tacitare con ogni mezzo le minacce politiche, piuttosto che a investire in progetti che daranno frutti nel lungo periodo.
Intanto è sempre il proletariato a pagare.

 

Ufficio Studi Alternativa Libertaria/fdca

 

(cfr. The Economist n°9035; El LIbertario; Wall Street Journal; Datanàlisis; talcualdigital;   FMI; BM,  rt.com)

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Ultimo aggiornamento 19/09/2017
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