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Privatizzazioni e nazionalizzazioni, a quando l’autogestione?

Il crollo del ponte Morandi di Genova ha provocato 43 morti, e la scia di sangue che ha lasciato ha riportato alla ribalta, o almeno ha fatto riaffiorare, la questione delle privatizzazioni. A quasi vent’anni dalla privatizzazione della rete autostradale italiana ci troviamo infatti ad avere i pedaggi più cari, in un regime di quasi monopolio che si spartisce lauti profitti e non pare proprio intenzionato ad investire in nuove infrastrutture e manutenzioni della rete esistente. È doveroso ricordare che in altri paesi europei la rete autostradale è pubblica e gratuita.

Anche in questo frangente così drammatico il governo, le ha sparate grosse, come sua abitudine e costume, membri dell’esecutivo hanno infatti ventilato l’ipotesi di procedere alla nazionalizzazione della rete autostradale, recidendo i contratti in essere e le concessioni degli appalti agli attuali gestori. Hanno fatto credere che anche una nazionalizzazione, che è un percorso complicato in regime capitalista, diversamente dalla semplicità con cui si è provveduto alle privatizzazioni, si possa  decidere  e  praticare con un semplice impegno amministrativo.  E le grandi sparate del governo populista e autoritario, sempre in tema economico, hanno riguardato inoltre l’ipotesi di nazionalizzare Alitalia e Ilva. Tutto questo tramite uso di social media, fatto su cui dovremo riflettere e discutere più ampiamente. Ora molti hanno dimenticato che sfruttamento e morte avvenivano anche in regime di capitalismo statale, ma non è questo il punto della discussione. Viene elusa, come sempre, la ragione dei fenomeni di privatizzazione economica, dimenticando ed ignorando che il capitalismo è un rapporto sociale, e che i fenomeni di accumulazione che garantiscono la sua sopravvivenza sono molteplici, dalla schiavitù passando per il saccheggio delle risorse naturali, allo sfruttamento dell’uomo e della sua vita, come ci ricordava Harvey in L’enigma del Capitale. Il crollo del ponte di Genova è il prezzo della sopravvivenza del capitalismo.

Le privatizzazioni di sanità, scuola, servizi ed infrastrutture sono parte non divisibile dell’intero fenomeno di sopravvivenza del capitale, si tratta di accumulazione per esproprio. Le ricadute sociali sono quelle drammatiche come quella di Genova di questi giorni, ma sono anche quelle di tutti i giorni, che vediamo sullo sfondo: anche l’inquinamento e le morti sul lavoro dell’Ilva di Taranto, e degli altri luoghi produttivi e non, mostrano la misura della crudeltà di tanta barbarie.

E sappiamo altrettanto bene che se anche tutto fosse pubblico, in regime capitalista non cambierebbe gran che nella la situazione sociale e culturale delle persone: stesso sfruttamento, stessa rapacità della classe dirigente, stessi intrallazzi. A meno che i fenomeni di controllo siano affidati democraticamente a consigli e comitati di difesa che esprimano un potere popolare diretto, mediante la partecipazione attiva alla vita politica e sociale, ma saremmo in questo caso in una fase di cambiamento al momento solo auspicato e ben diverso dall’aizzamento del popolo a cui la propaganda grilloleghista sta cercando di abituarci.

Senza contare, per tornare al presente, la svalorizzazione e la sistematica distruzione di competenze e di strutture che si è esercitata negli Enti e nelle strutture pubbliche, tra gestione clientelare e spoil system, precarizzazione e disinvestimento, una mistura infernale che rende sempre più difficile anche le attività di controllo e vigilanza che una buona gestione anche delle odierne concessioni prevederebbe.

Il governo ha deciso invece di investire tutto sulla propaganda: dopo le prime sparate si è preferito creare ad arte un inesistente caso internazionale sulla pelle di 150 disperati, finito in una tragica burletta a Rocca di Papa grazie a una santa romana chiesa (multinazionale tra le più ricche del pianeta) improvvisamente elevata a Stato comunitario. Ovviamente nessuna nazionalizzazione all’orizzonte, quasi a giustificare l’impotenza politica della classe dirigente collusa, ad affermare ancora una volta che il potere è nelle mani di chi detiene la ricchezza: la levata di scudi del mondo finanziario su ogni ipotesi di nazionalizzazione è stata emblematica, fino a denunciare le esternazioni governative come causa del crollo dei titoli azionari della società Atlantia in Borsa.

E non sarebbe strano scoprire tra qualche anno che una rivalutazione del titolo grazie al ritorno alla partecipazione statale tramite la Cassa di depositi e prestiti, non abbia finito per arricchire qualcuno in particolare.

È utile non dimenticare che il processo di nazionalizzazione dell’energia elettrica durò diversi anni e fu una delle cause che portarono all’olocausto del Vajont (1963).

È utile ricordare che le privatizzazioni in Italia sono avvenute con il classico metodo mafioso che connota il nostro paese, quel tratto bigotto e fascistoide che ci contraddistingue nell’espressione della classe dirigente. La dismissione del patrimonio pubblico ha mostrato una peculiarità tutta italiana completamente priva di pragmatismo, rispetto alla maggioranza dei paesi europei che mantengono la rete autostradale pubblica e gratuita, ma anche scuole, ferrovie e tutte le infrastrutture strategiche. Gli altri sono e restano paesi a capitalismo avanzato, con l’evidenza che la funzione dello Stato è di pieno sostegno alla accumulazione del capitale anche in quei paesi.

La richiesta di nazionalizzare di nuovo infrastrutture e servizi emerge in una fase politica ed economica di forte crisi, è infatti dalla destra reazionaria che avanzano populisticamente richieste in tal senso, quando quella che fu la sinistra ha invece abbracciato da decenni l’ipotesi ordoliberista nel campo europeo e si è di fatto legata alla borghesia finanziaria senza ormai via di ritorno.

Nel frattempo la distruzione di ciò che resta del sistema pubblico avanza inesorabilmente, il potere finanziario ha bisogno del saccheggio sociale, culturale ed ambientale per sopravvivere. C’è chi scopre ora che le privatizzazioni hanno prodotto solo danni, che i benefici hanno garantito solo profitti per pochi e vi è stato un palese peggioramento dei servizi, che privatizzare ha voluto dire sfruttamento del lavoro mediante appalti e subappalti, che le condizioni di lavoratori e lavoratrici, disoccupati/e, non salariati/e sono peggiorate. Eppure era ben evidente da subito, e da subito il percorso di privatizzazione è stato denunciato ed avversato dal movimento di classe.

E ancora oggi l’unica soluzione possibile è quella rivoluzionaria, riaffermare il diritto ad avere una vita dignitosa e dei servizi che funzionino, pubblici e gratuiti, su scala europea, per combattere padroni e governo, per farla finita con il capitalismo, per una società a portata di tutti e di tutte.

Spegniamo i social media e incontriamoci, favoriamo la formazione di assemblee cittadine, di comitati di autodifesa e di quartiere che esprimano un potere popolare diretto; a Genova auspichiamo che le persone si incontrino e discutano di quanto è successo, controllino quanto dovrà essere fatto relativamente agli indennizzi e ricostruzione.

Nessuna sovranità nazionale in salsa complottista riuscirà a dare speranza a chi questa crisi la sta pagando duramente, i lavoratori che comprensibilmente chiedono protezione allo Stato rischiano di cadere nella trappola della reazione, come è avvenuto in Turchia, ad esempio. Il capitalismo ha una dimensione globale, ed è globalmente che si combatte, mantenere vivo l’internazionalismo non è un atto sentimentale, è il metodo per combatterlo, per resistere alla devastazione sociale e per costruire nuovi rapporti di forza.

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Ultimo aggiornamento 6/11/2018
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