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La classe operaia contro Lukashenko

Il 9 agosto, il presidente uscente della Bielorussia, Alexander Lukashenko, è stato “ufficialmente rieletto”, con “oltre l’80% dei voti” per il suo sesto mandato in un’elezione rozzamente truccata. Ma dopo l’annuncio di questi risultati, noti in anticipo, si sono diffuse manifestazioni e scioperi.

Per 26 anni, Lukashenko ha governato questo paese della sfera ex sovietica con il pugno di ferro, mantenendo il sistema economico e burocratico derivante dall’organizzazione sovietica, con la sua repressione politica permanente attraverso uno stato di polizia onnipresente, perseguitando gli oppositori e reprimendo duramente ogni protesta. Tuttavia, questa ennesima elezione con un risultato noto in anticipo sembra aver spinto al limite le classi popolari bielorusse. Dalla sera del 9 agosto il Paese è scosso da enormi manifestazioni popolari, amplificate da un’ondata di scioperi senza precedenti nel Paese.

Nonostante le intimidazioni alla principale concorrente alle elezioni, che è stata costretta a lasciare il Paese, e nonostante la violentissima repressione della polizia e gli arresti massicci (quasi 7.000 persone arrestate in pochi giorni, diverse centinaia di feriti e ufficialmente due morti), nulla sembra indebolire la determinazione della maggioranza dei bielorussi a volere un cambiamento politico radicale, nemmeno la minaccia agitata da Lukashenko di un intervento del vicino russo.

Abbasso gli imperialismi!

In effetti, la Bielorussia, vicina della Russia, è in virtù della sua posizione, un polo strategico per gli imperialismi occidentali e russi. Se per il momento nessuno dei due schieramenti è intervenuto se non con mezzi diplomatici, è certo che un inasprimento o un ampliamento del movimento popolare potrebbe portare a interventi esterni che sarebbero per esso necessariamente negativi. Proprio come in Ucraina nel 2011, durante gli eventi di Maidan, gli interventi imperialisti dirotterebbe le legittime richieste dei manifestanti, che per il momento sono concentrate sulla partenza del presidente e su un cambio di regime politico.

Nel contesto attuale, è quindi responsabilità delle organizzazioni rivoluzionarie, e più in generale progressiste, in Francia e in Europa, fornire il necessario sostegno politico e materiale, in particolare denunciando qualsiasi interferenza straniera nel processo in corso, e lavorando per sostenere direttamente il movimento popolare bielorusso.
Respingiamo quindi il ricatto che può essere agitato da una certa “sinistra” quando denuncia in questo movimento una presunta volontà di fare il gioco delle potenze occidentali.  Lukashenko non è né un antimperialista né un anticapitalista.
Le sue politiche non sono state altro che il rattoppare un’economia capitalista di stato per mantenere i privilegi della burocrazia che la controlla. Questa situazione non ha impedito in alcun modo una precarietà permanente dei salariati come in qualsiasi altro regime capitalista. È il movimento dei lavoratori e delle lavoratrici, attraverso la sua organizzazione nello sciopero, che avrà la forza di ottenere rivendicazioni democratiche; e creare le condizioni per il cambiamento sociale diverso dal neoliberismo senza ripristinare il capitalismo.

 

La classe operaia entra in azione

Da lunedì 11 agosto la protesta ha preso una nuova svolta. In molte fabbriche sono iniziate massicce e spontanee interruzioni del lavoro. Gli appelli per uno sciopero generale sono stati lanciati e trovano eco in fabbriche come BelAz (macchine minerarie e trasporto merci) o MTZ (automobile), che da sole riuniscono decine di migliaia di dipendenti. Questa ondata di scioperi sembra dilagare e, se riguarda principalmente il settore industriale e le grandi imprese statali, non sembra limitarsi ad esso.

Si tengono assemblee generali, si creano collegamenti tra le varie fabbriche mobilitate e gli scioperanti si uniscono alle manifestazioni nei cortei. Per il momento non sembra che dal movimento dello sciopero stiano emergendo rivendicazioni sociali, lo slogan principale è chiaramente la partenza di Lukashenko. Ma la spontaneità di questi scioperi e le loro tendenze all’auto-organizzazione danno loro un potenziale politico incredibilmente prezioso. Se la maggior parte dei sindacati è sottomessa allo stato e al potere, ci sono ancora piccoli sindacati indipendenti nonostante l’estrema repressione e il diritto di sciopero molto limitato.

È il caso del Congresso bielorusso dei sindacati democratici (BKDP), che chiede “l’immediata creazione di comitati di sciopero nelle aziende” e “la creazione di un comitato nazionale di sciopero”. Lunedì 24 agosto, diversi delegati di questi comitati sono stati arrestati.
D’altro lato , i dirigenti delle fabbriche così come i sindacati legati al governo stanno aumentando gli appelli alla “pace civile”  e al ritorno al lavoro, anche se , a fronte della rabbia popolare, sono obbligati a condannare la violenza della polizia e gli arresti di massa.

In alcune aziende, i lavoratori e le lavoratrici hanno chiesto posizioni chiare a questi sindacati e alcune sezioni hanno già sbattuto la porta! Questa azione della classe lavoratrice merita tutta la nostra attenzione e il nostro sostegno, forse porta con sé i semi di una più ampia rottura politica, anticapitalista e antiautoritaria.

Solidarietà internazionale!

Sappiamo che i nostri compagni rivoluzionari anarchici hanno un ruolo importante nel movimento attuale, sebbene questa parte sia largamente oscurata dai media occidentali. Per anni sono stati repressi senza alcuna concessione dal potere in atto. Esprimiamo così tutta la nostra solidarietà ad Alexander Frantskevich e Akihiro Khanada, due compagni anarchici arrestati il 12 agosto per aver partecipato al movimento in corso, e passibili di pesanti condanne nelle carceri del regime dove gli oppositori vengono regolarmente torturati e rischiano morte[1]. Chiediamo il loro rilascio immediato, così come quello di tutti i prigionieri del movimento popolare bielorusso.

 

Lunga vita all’auto-organizzazione dei popoli e dei lavoratori, Solidarietà alla protesta bielorussa!

 

traduzione da parte della Commizione internazionale del comunicato dell’Union Comuniste Libertaire 25/08/2020

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