Alternativa Libertaria_FdCA

Cala la quota salari sul PIL 

Nessuna pratica di progresso e di sviluppo delle condizioni  materiali della nostra classe è possibile senza invertire questa tendenza.

E’ necessario una unica e generalizzata battaglia salariale del fronte del lavoro e dei suoi alleati storici, donne e giovani generazioni, per la riduzione d’orario come risposta ciclica all’introduzione delle nuove tecnologie.

Cala la quota salari sul Pil rispetto al 2010, in tutta l’Europa. In ben 18 Stati membri dell’Ue la quota salari (“wage share”), un indicatore fondamentale per misurare la disuguaglianza, è diminuita tra il 2010 e il 2019. Ai lavoratori va una fetta della ricchezza prodotta più piccola rispetto a 10 anni fa.

Lo dimostrano i dati di uno studio che la Confederazione Europea dei Sindacati (Ces) ha presentato alla Commissione Europea. (1)

Il crollo più clamoroso si è avuto in Irlanda, dove il peso dei salari sul Pil è diminuito addirittura del 19%, ma cali molto pesanti si sono registrati anche in Croazia (11%), Cipro (6%), Portogallo e Malta (5%).

Nel gruppo dei 18 paesi in cui i salari pesano meno di 10 anni fa troviamo anche l’Italia, con un calo dello 0,8%, dal 54,1% del 2010 al 53,3% del 2019.

Il nostro paese conferma (o addirittura incrementa) il suo distacco dalla media europea: infatti la quota salari dell’Ue è pari al 56,2% del Pil dell’Unione.

Ma questa tendenza non è solo degli ultimi dieci anni.

Il grafico 1 mostra l’andamento dell’adjusted wage share sperimentato da alcune economie appartenenti all’area Ocse.

Grafico 1: Wage share (Adjusted, % Pil)

grafico 1

 

Fonte: Elaborazione dati Ameco (2)

Si osserva un generale andamento decrescente della quota salari sul Pil, soprattutto negli anni che hanno preceduto la crisi del 2007/2008.

In Italia, l’adjusted wage share si è ridotto dal 69,4 del 1960 al 60,6 del 2016, sperimentando una oscillazione di addirittura 12 punti percentuali tra il massimo del 70,3 registrato nel 1964 e il minimo del 58,3 del 2001.

I dati, come spesso accade, inoltre nascondono aspetti ancor più rilevanti. Infatti gli elevati guadagni dei CEO e dei top managers rientrano nei redditi da lavoro, e quindi fanno parte della voce compensation of employees del National accounts ( retribuzione dei dipendenti della contabilità nazionale) e sono  inclusi nel calcolo della wage share.

Escludendo tali retribuzioni del top management si assisterebbe a una caduta ancora più pronunciata della quota del lavoro sul Pil.

Ciò nonostante la Confindustria di Bonomi è allineata e determinata a non rinnovare alcun contratto nazionale agli oltre 10 milioni di lavoratori che aspettano il rinnovo.

La strategia è stata più volte enunciata: con la copertura del “Patto della Fabbrica”, cioè l’accordo interconfederale sulla conttattazione, sciaguratamente firmato dalle dirigenze sindacali nel marzo di due anni fa, senza alcuna discussione collettiva fra i lavoratori attivi, Confindustria rivendica  nessun aumento delle retribuzioni minime tabellari; possibile sviluppo esclusivamente del salario accessorio legato alla produttività nella contrattazione aziendale; aumento e sviluppo del welfare aziendale.

In questo modo il padronato prenderebbe i classici  due piccioni con una  fava in quanto i servizi  relativi al welfare, essendo  defiscalizzati, sono pagati con una esborso minore da parte padronale, allargando  sempre più un nuovo campo di intervento per i profitti delle imprese sanitarie private.

Non casualmente lo stesso Bonomi è a capo di una azienda, la Synopo, società che distribuisce apparati elettromedicali e capogruppo di altre aziende, quali la Sidam leader nella produzione di consumabili nella diagnostica per liquidi di contrasto, e la BTC Medical Europe.

La defiscalizzazione prevista per queste quote salariali scambiate conil welfare, determinano un classico giro a perdere; infatti se lo Stato defiscalizza, riceve minori entrate fiscali e quindi destina meno fondi per la sanità pubblica ed il welfare  universale.

Di conseguenza ed inevitabilmente diminuiscono le prestazioni a favore di tutti, favorendo la sanità  privata a scapito di quello pubblica, oltre l’evidente sviluppo di una forte e significativa  ineguaglianza fra la stessa classe lavoratrice.

La diversità di trattamenti, di prestazioni e “benefit” sarà sempre più correlata alla  minore o maggiore capacità contrattuale degli occupati, mentre sarà totalmente assente nei confronti dei  pensionati,  disoccupati e lavoratori precari.

In sostanza una sanità all’americana: garantita, anche se in misura diversa a secondo della  mansione e  dei settori lavorativvi, ma se perdi  il lavoro perdi anche la minima possibilità di curarti.

Non è pensabile, a fronte di tale situazione economica e sociale, continuare con battaglie parziali,  settoriali, e categoriali.

Così come ha fatto il padronato, rigettando e non firmando alcuna ipotesi di contratto, dal settore metalmeccanico, passando per gli alimentaristi per arrivare ai lavoratori del settore del legno che nonostante le manifestazioni nazionali di febbraio scorso ancora non vedono  riconosciuto il rinnovo del loro contratto scaduto da 18 mesi, occorre unire tutto il fronte di lotta.

E’ oramai chiaro che la strategia Confindustriale non è legata ai singoli settori merceologici, alle singole categorie, ma è una strategia complessiva del padronato, che ha come obietivo ridurre ancor più  le condizioni materiali dei lavoratori e delle lavoratrici legandole alla totale discrezione padronale; ripristinare il dominio asssoluto del mercato, incentivare prestazioni lavorative sostanzialmente legate al cottimo, senza alcuna garanzia occupazionale e diritti normativi.

E’ quindi una battaglia politica che con tenacia e convinzione la borghesia ed il padronato sta portando avanti.

Per ribaltare tale processo occorre che la battaglia dei lavoratori e delle lavoratrici diventi unitaria e generalizzata.

Non è più pensabile affrontare la tornata contrattuale con singole lotte delle varie categorie.

I metalmeccanici hanno indetto uno sciopero nazionale di 4 ore per il 5 novembre, mentre gli alimentaristi prevedono un loro sciopero generale per il 9 novembre e i falegnami scendono in piazza il 13 novembre.

Occorre assumere come obiettivo unico e unificante il rinnovo dei contratti per tutte le categorie che ancora ne sono scoperte, compreso i lavoratori del pubblico impiego.

All’interno di tale battaglia unica e generalizzata devono esssere richieste congrue quote di salario non legato alla produttività, tanto meno quote salariali barattate con benefit e welfare come è successo con il precedente contratto dei metalmeccanici, quello firmato anche dall’attuale segretario generale della Cgil Landini.

Occorre che la riflessione critica, già  presente in vasti settori sindacali su questo scambio a perdere fra salario e welfare aziendale o categoriale, diventi prassi concreta, fino ad arrivare alla quantificazione salariale e alla rintroduzione di queste quote di welfare aziendale all’interno dei  salari di base,  essendo questi le quote su cui si determinerà la futura pensione.

Insieme a cio occorre impostare una effettiva battaglia per la riduzione d’orario a parità di paga, unico obiettivo credibile e funzionale rispetto all’introduzione delle nuove tecnologie nei sistemi produttivi, cosi come negli ambiti  amministrativi.

 

Cristiano Valente

15/10 202

 

Note

(1)  https://www.rassegna.it/articoli/in-18-paesi-ue-cala-la-quota-salari-sul-pil-rispetto-al-2010

(2) AMECO è la banca dati macroeconomica annuale della Direzione generale Affari economici e finanziari della      Commissione europea. La banca dati viene utilizzata per analisi e relazioni prodotte dalla direzione generale. Contiene  dati per l’UE, la zona euro, i paesi dell’UE e i paesi candidati, nonché altri paesi OCSE.

 

Ultimo aggiornamento 04/11 /2020
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