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Notizie da Coketown

Notizie da Coketown
gennaio 02
11:30 2016

Prima notizia: a Coketown, nell’Italia del ventunesimo secolo, si muore di carbone come nell’Inghilterra di Dickens. E di più nei quartieri più poveri. Perché i padroni di oggi come quello di allora scelgono, se appena possono, di essere competitivi risparmiando non solo sui salari, ma anche sugli impianti, sui cicli, sui controlli, a parte qualche parcella ogni tanto.

E di fronte a una strage silenziosa ormai scientificamente assordante lo Stato corre come sempre in soccorso, prima rivendicando un ruolo di indirizzo dell’attività industriale in Italia (ma quando mai si è fatta, negli ultimi decenni, in Italia, una politica industriale che non fosse un prono asservimento ai desiderata – miopi, per lo più, oltre che egoisti – dei padroni?), poi proponendosi garante di quando non è mai riuscito a far rispettare in questi anni, ovvero il rispetto almeno nominale delle norme ambientali. Questo anche di fronte all’evidenza di scelte industriali, statali prima e private poi, di continuare le attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza, violando sistematicamente le prescrizioni concordate con gli Enti di controllo, anche in presenza di accordi di programma che pongono le spese, come al solito, in larghissima misura a carico della collettività, che continua e continuerà a pagarne i prezzi sanitari e ambientali. Grazie alle scelte di compatibilità fatte finora dalle istituzioni e dai sindacati, si è permesso all’ILVA di rendere indisponibili kilometri di territorio a ogni attività agricola e alimentare, pur in presenza di dati epidemiologici che stimano incrementi a due cifre della mortalità correlata all’acciaieria. E così monitoraggi, AIA, prescrizioni: tutto questo per decenni è stato bypassato, eluso, taroccato, non sono state applicate leggi, per favorire il padron Riva ma oggi sì oggi è la volta buona [sic!] tutto funzionerà! E lasciamo stare il resto di Taranto, tutto quello che non è il siderurgico, l’Eni e non solo la raffineria, il Cementir, l’apparato militare a cui le leggi direttamente non si applicano.

Il tutto condito dal solito ruolo dei media che dosano le informazioni che dalle problematiche ambientali via via si sono arricchite di particolari in base agli andamenti delle trattative tra azienda e governo sul da farsi con un unico preciso scopo, di volta in volta accentuando un argomento piuttosto che un altro, per salvare il padrone o meglio padron RIVA, anche considerando che prima di lui era lo Stato, e questo basta. Uno scontro tra poteri dello Stato a tutela, come sempre, dei più forti.

Seconda notizia a Coketown: I lavoratori si dividono. Per fortuna.

Se sulla mancanza o perdita del lavoro i padroni di qualsiasi latitudine ci giocano, la cronica mancanza di lavoro di molte aree del Sud non può che sfociare nella difesa dell’esistente così com’è. E così la struttura di comando dell’azienda, dirigenti, capi, capetti, pseudosindacalisti, questi ultimi particolarmente agguerriti, tutta la struttura di comando di fatto proclama gli scioperi, blocchi stradali, si schiera contro l’ingerenza esterna che può arrivare sino alla chiusura. Beninteso sono scioperi che non arrecano danno all’azienda ma nemmeno al salario, sono scioperi pagati dall’azienda.

Totale mancanza di autonomia dei lavoratori, della classe diremmo noi, un punto di caduta inaccettabile, l’interclassismo azienda/lavoratori/stato.

E invece qualcuno continua a chiedere, a pretendere, di lavorare per vivere e non per morire.

Terza notizia: da Coketown, quella che verrà: la crescita e e il rafforzamento dei comitati popolari, con la partecipazione dei lavoratori, dei cittadini e dei tecnici.

Occorre una partecipazione diretta e motivata dei lavoratori al percorso decisionale e di controllo per la definizione dell’adeguamento del ciclo produttivo e alla sua messa in sicurezza, e occorre la partecipazione diretta e motivata della società civile per l’imposizione, qui e ora, delle misure di bonifica necessarie al risanamento delle aree degradate, per costruire una vertenza che partendo da dentro il siderurgico si colleghi con l’esterno e che rivendichi soluzioni precise e tempi di attuazione altrettanto precisi, che costruisca coscienza e partecipazione popolare come forma di controllo e potere nel territorio e sul lavoro. E poiché sono le donne e gli uomini che abitano e abiteranno Coketown che continueranno a pagare con la propria vita e la propria salute, che almeno i padroni paghino il resto.

 

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