Alternativa Libertaria_FdCA

No Global?

nomoreglobalCosa ne è della globalizzazione contro cui abbiamo manifestato e lottato per più di 20 anni?
E quali basi reali ha l’attuale atteggiamento no-global che caratterizza la destra sovranista? Ma anche certa sinistra nazionalista?
Bisogna ficcare il naso nel business internazionale per capirci qualcosa.

1. La sbornia della globalizzazione

Per esempio nel caso della globalizzazione alimentare, sia i detrattori che i sostenitori considerano aziende multinazionali quelle che realizzano oltre il 30% delle loro vendite al di fuori del loro paese/regione, quelle che predano l’ecosistema modificandolo, quelle che dirigono il flusso di merci, servizi e capitali che tengono in vita la globalizzazione.

E sebbene queste multinazionali occupino solo il 2% della forza-lavoro mondiale, esse posseggono o manovrano tutte le supply chains che occupano oltre il 50% della forza-lavoro mondiale; inoltre il valore prodotto è pari al 40% del mercato merci occidentali; infine posseggono la maggior parte delle proprietà intellettuali a livello mondiale.
Ma qualcosa sta succedendo: la Yum che controlla la Kentucky Fried Chicken (pollo fritto) ha registrato nel 2012 un crollo del 20% dei suoi profitti all’estero ed ha gettato la spugna sul mercato cinese, spacchettando il suo business.

L’8 gennaio 2017 la MacDonald ha venduto ad un’azienda di stato cinese la maggioranza delle azioni delle sue aziende.
Se pensiamo alla (immeritata) fortuna che ebbe 25 anni fa il libro di Francis Fukuyama sulla fine della storia e la nascita di una democrazia mondiale in cui il capitalismo avrebbe avuto un ruolo di svolta, non dobbiamo dimenticare che già all’epoca la Shell, la Coca-Cola e Unilever si muovevano a livello globale, seppure come aziende libere con alle spalle un business nazionale.
Ma in questi 25 anni le nuove multinazionali son davvero diventate globali, ossessionate dai dati sui consumatori, sulla produzione, sulla gestione manageriale.

Bisognava globalizzarsi verticalmente, ricollocando la produzione e l’approviggionamento di materie prime, oppure orizzontalmente semplicemente andando a vendere sui nuovi mercati?
Comunque sia è stata un’ondata inarrestabile di acquisizioni di aziende rivali, di campagne pubblicitarie e di apertura di fabbriche dove conveniva.

Ben l’85% degli investimenti globali è stato creato dopo il 1990.

Come dicevano gli attivisti no-global nel 1999 a Seattle: le imprese integrate a livello globale funzionano come un’organizzazione unitaria piuttosto che come una federazione, oltrepasseranno ogni confine nazionale per perseguire l’integrazione della produzione e del valore prodotto a livello mondiale.

Curiosamente all’epoca la Warren Buffett preferì restare un monopolio in casa sua.
Nel 2016 gli investimenti delle imprese globali sono scesi del 10-15% mentre è dal 2007 che vi è una stagnazione sul mercato delle supply chains.

2. Quelli erano giorni sì…

Tre sono stati gli attori in campo nei quasi 25 anni di globalizzazione:
– gli investitori (mercati finanziari, banche, fondi-pensione, hedge-funds, operatori di Borsa, agenzie di transazioni internazionali, camere di compensazione, e tanto altro ancora…);
– i paesi-madre in cui hanno sede le multinazionali;
– i paesi ospiti che hanno ricevuto gli investimenti delle multinazionali;
tutti e tre convinti -per ragioni differenti- che la globalizzazione delle aziende avrebbe portato a risultati finanziari ed economici più alti.
Per gli investitori si trattava di trarre enormi profitti da un’economia di scala.
Mano a mano che la Cina, l’India e l’ex-URSS si aprivano e con la liberalizzazione del mercato europeo, le imprese potevano vendere lo stesso prodotto ad un maggior numero di consumatori.
Con l’integrazione globale le imprese erano in grado di armonizzare i vari segnali provenienti da varie parti del mondo, un gigantesco comprare e vendere contemporaneamente sui diversi mercati che avrebbe dovuto dare efficienza al sistema
Le imprese si sono avvalse delle competenze gestionali, dei capitali, dei marchi e della tecnologia accumulata nella parte ricca del pianeta.

Dai paesi emergenti hanno potuto ottenere forza-lavoro a buon mercato, materie prime ed una legislazione favorevole sull’inquinamento.
Per gli investitori, tutto questo significava che avrebbe reso i profitti più alti e più veloci.
Per i paesi-madre delle grandi multinazionali una spinta costante alla competizione per ottenere benefici domestici.
Nel 2007, alle multinazionali attive negli USA che coprivano il 19% dell’occupazione privata, va imputato il 25% dei salari, il 48% dell’export ed il 74% della ricerca e dello sviluppo. [fonte McKinsey, società internazionale di consulenza)
Ed è stato così per un bel pezzo.

3. C’è chi scende….

Eppure negli ultimi 5 anni le prime 700 multinazionali con sede nei paesi ricchi sono calate del 25% (fonte FTSE), mentre nel mercato domestico i profitti sono saliti del 2%.
Alla debolezza di alcune monete rispetto al dollaro, viene attribuito un peso relativo (1/3) nel calo dei profitti.
Un altro dato per misurare i profitti esteri delle multinazionali proviene dalle statistiche globali delle bilance dei pagamenti [« uno schema contabile che registra le transazioni tra i residenti in un’economia e i non residenti, in un dato periodo di tempo. Una transazione è un’interazione tra due entità istituzionali che avviene per mutuo consenso o per legge e comporta, tipicamente, uno scambio di valori (beni, servizi, diritti, attività finanziarie) o, in alcuni casi, il loro trasferimento senza contropartita.» (Banca d’Italia, Manuale della bilancia dei pagamenti e della posizione patrimoniale sull’estero dell’Italia, pag. 8)].

Per le imprese che hanno sede in paesi membri dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), i profitti esteri medi sono calati del 17% negli ultimi 5 anni.
Per le imprese statunitensi il calo si è fermato al 12%, grazie al settore hi-tech che tirava. Per le imprese non-americane, il calo è stato del 20%.

4. Il ROE

Un altro indicatore fondamentale per rapportare i profitti ai capitali investiti è il ROE (Return On Equity- indice di redditività del capitale proprio. Esprime, in massima sintesi, i risultati economici dell’azienda).

Non è la prima volta che facciamo ricorso a questo indicatore nelle nostre analisi e sulla nostra stampa.
Ebbene il ROE di quelle famose 700 grandi imprese sarebbe calato in 10 anni dal 18% all’11%.
Per i 3 paesi che hanno le sedi delle più grandi multinazionali (USA, UK, Olanda), il ROE sugli investimenti esteri è calato dal 4 all’8%.

La tendenza è simile per gli altri paesi membri dell’OCSE (fonte da grafico di The Economist: appena sopra il 5% OCSE insieme all’Olanda, mentre UK è sotto il 5% e gli USA sotto il 10%)
Le imprese con sede nei paesi emergenti, che incidono per 1/7 sull’attività globale delle imprese multinazionali, registrano un ROE all’8%.
La cinese Lenovo che aveva comprato la parte commerciale della IBM e parte di Motorola ha subito flop finanziari.
Nel 2012 l’azienda di stato cinese CNOOC aveva acquistato la canadese Nexen, produttrice di petrolio, da cui intende ora ritirarsi.
Come spiegare il deterioramento del ROE nelle multinazionali negli ultimi 5-10 anni?
Un paio di ragioni vanno individuate nel crollo del prezzo delle materie prime e del petrolio (specialmente per le imprese energetiche).

Poi ci sono le banche e le batoste prese dalle imprese che forniscono servizi cruciali per la globalizzazione.
Ad esempio, hanno perso il 50% imprese di trasporto marittimo come la danese Maersk, imprese di transazioni internazionali come la cinese Mitsui, imprese di servizi alla catena di distribuzione per i dettaglianti come la cinese Li&Fung.
Ma il contagio è ovunque: metà delle grandi multinazionali hanno visto negli ultimi 3 anni un calo progressivo del ROE; il 40% di esse non tocca il 10%, e, attenzione: il ROE è utilizzato come indicatore per monitorare la capacità di un’impresa di creare un valore degno di considerazione.
Non se la passano bene nemmeno giganti come la Unilever, la General Electric, la Pepsi-Co e Procter&Gamble, in calo di 1/4 dei loro profitti più alti.

5. C’è chi sale….Chi se la passa bene sono i giganti della tecnologia.

I loro profitti coprono il 46% delle prime 50 multinazionali americane: il 17% in più rispetto a 10 anni fa.
La Apple ha fatturato $46 mld…nel 2016, 5 volte di più della General Electric.
Ma questi dati, come i precedenti, sembrano indicare che non vi è più una spinta espansiva negli investimenti e nei rendimenti.
Le vendite all’estero crescono più lentamente di quelle sui mercati nazionali.
In diversi settori globali (industria, consumi ciclici, finanza, componentistica di base. media&comunicazione,…) il ROE delle imprese locali è in crescita contro il calo delle multinazionali.

6. A chi dare la colpa?

I capitalisti se la prendono con i movimenti valutari, col collasso del Venezuela, con la depressione in UE, con la stretta sulla corruzione in Cina e via dicendo.
In realtà i vantaggi che erano stati creati con una una gigantesca economia di scala e con il poter comprare e vendere contemporaneamente su diversi mercati speculando sui prezzi stanno svanendo.
Le imprese globali sono diventate ardue da gestire a causa delle ingenti spese generali di funzionamento e dell’impatto delle complesse catene di rifornimento sul capitale.
Anche le opportunità offerte dai trattati internazionali sono sempre più logore: aumentano i salari in Cina (dure lotte, ma anche nuova politica a sostegno della domanda interna da parte del PCC), toccato il fondo del barile per i vantaggi fiscali offerti dai paesi ospiti.

7. Casa, dolce casa

Intanto le imprese concentrate sul mercato domestico si fanno vincenti.
In Brasile, due banche locali, la Itau e la Bradesco hanno scalzato grandi banche mondiali; in India, la Vodafone e la multinazionale indiana Bharti Airtel (attiva in 20 paesi) stanno perdendo utenze a vantaggio di Reliance, un’impresa locale.
In USA, le imprese locali del petrolio da scisto sono tornate ad essere competitive rispetto alle grandi majors del petrolio.
In Cina, le imprese locali che producono gnocchi si stanno mangiando il mercato della KFC (la più famosa catena di ristorazione statunitense specializzata in pollo fritto).
Globalmente, la quota dei profitti globali delle multinazionali sarebbe passata negli ultimi 10 anni dal 35% al 30%.

8. Nell’era della crisi finanziaria

Questi anni di crisi cambiano la percezione sulle multinazionali nei paesi-madre: vengono viste come un fattore di iniquità.
Hanno creato posti di lavoro all’estero, ma non in patria, dove cresce la disoccupazione.
Negli USA, tra il 2009 ed il 2013, solo il 5% di nuovi posti di lavoro (400.000) viene creato dalle multinazionali statunitensi.
La crisi ha portato ad uno sfilacciamento dell’ordito di regole costruite per sostenere la globalizzazione: dalla contabilità globale all’antitrust, dal riciclaggio di denaro alle regole sui capitali bancari.
Le acquisizioni di imprese occidentali vengono sottoposte a vincoli dai governi nazionali per salvaguardare i posti di lavoro e gli impianti.
I trattati internazionali come il TPP ed il TTIP sono falliti.
Gli stessi tribunali internazionali istituiti dalle multinazionali per aggirare i tribunali nazionali sono oggi sotto attacco.

9. Protezionismo e paradisi fiscali

Tuttavia la globalizzazione ha ormai radici così profonde che eventuali politiche protezionistiche ricorrendo a dazi sulle importazioni per favorire le imprese nazionali potrebbero non funzionare come al tempo che fu.
Oltre la metà delle esportazioni globali, in termini di valore, oltrepassa un confine almeno due volte prima di giungere ai consumatori, per cui una politica protezionistica risulterebbe dannosa.
Altrimenti si ricorre al fisco ed alle politiche muscolari dei vecchi tempi.
Una multinazionale-tipo dispone di almeno 500 entità legali, frequentemente domiciliate in paradisi fiscali.
Essa negli USA pagherebbe circa il 10% di tasse per i suoi profitti esteri.
La UE sta cercando di andare oltre.

Ha usato la mano pesante con il Lussemburgo che offriva accordi vantaggiosi alle multinazionali per indurle a parcheggiarvi i loro profitti; ha colpito la Apple con una sanzione di $15 mld per aver violato le regole sugli aiuti di Stato facendo profitti in Irlanda, dove si era procurata un accordo fiscale su misura.
Gli USA, da parte loro, hanno impedito alle grandi imprese di ricorrere alla “inversione” legale che consente di spostare la loro base imponibile all’estero: vedi il caso del colosso farmaceutico Pfizer.
Nel Congresso degli Stati Uniti, i repubblicani hanno proposto una revisione del sistema fiscale che permetterebbe alle imprese esportatrici che riportano i loro profitti in patria di godere di agevolazioni fiscali, mentre verrebbero penalizzate le imprese che spostano la produzione all’estero.
Lo scorso 3 gennaio 2017, la Ford ha cancellato la costruzione di una nuova fabbrica in Messico per investire di più in patria.

Il presidente Trump sta facendo pressioni sulla Apple perchè porti in patria la gran parte della sua catena di distribuzione.
Se questa dovesse divenire una tendenza consistente e continua, i costi fiscali ed il costo del lavoro delle imprese globali porterebbero ad una contrazione dei profitti.
E’ stato calcolato che se le multinazionali americane spostassero un quarto dell’occupazione estera in patria, retribuita con i livelli salariali americani, e pagassero le tasse in patria invece che all’estero, ci sarebbe un crollo del 12% dei loro profitti, escluse le spese per eventuali nuove fabbriche in USA.

10. E i paesi ospiti?

Chi sembra essere ancora entusiasta della globalizzazione sarebbero i cosiddetti “paesi ospiti”, che ricevono gli investimenti delle multinazionali in cambio di politiche fiscali, occupazionali ed ambientali favorevoli, ancorchè antiproletarie.
La Cina si dice preoccupata di un ritorno alle economie nazionali; e sì che nel 2010 il 30% della sua produzione industriale ed il 50% delle esportazioni derivava da filiali o da joint-ventures delle multinazionali.
Il Messico ha venduto le sue azioni petrolifere ad imprese estere come la ExxonMobil e la Total.
L’Argentina vuole attirare imprese straniere per uscire dall’ennesima crisi.
L’India ha lanciato la campagna “fallo in India” per attirare le catene di distribuzione multinazionali. Secondo un monitoraggio dell’OCSE sul grado di apertura dei “paesi ospiti”, non vi è stato alcun deterioramento dagli inizi della crisi finanziaria.
Tuttavia ci sono nuvole in arrivo.
La Cina ha operato un giro di vite sulle imprese estere per promuovere “l’innovazione indigena”.
I padroni cinesi vogliono che aumentino i prodotti di provenienza locale e che la proprietà intellettuale resti a livello locale.
Industrie strategiche come internet sono intedette agli investimenti esteri.
Si teme che se l’atteggiamento della Cina diventa contagioso, le imprese multinazionali sarebbero costrette ad investire di più in patria creando posti di lavoro.
Un effetto speculare alle pressioni politiche in atto.

11. Cambiamenti nei paesi ospiti

Il malumore dei paesi ospiti verso le multinazionali è cresciuto.
Il fattore scatenante sembra essere lo spostamento dell’attività delle multinazionali verso i cosiddetti “servizi intangibili” (proprietà intellettuale, tecnologia, finanza, brevetti sui farmaci).
Attualmente è da questi servizi che deriva il 65% dei profitti esteri estratti dalle prime 50 multinazionali americane.
Dieci anni fa era solo il 35%.
Quel 65% tende a crescere, mentre per Europa e Giappone non vi è molto spazio data la mancanza di grandi imprese multinazionali ad alta tecnologia.
In queste condizioni, sembra non esserci alcun “appetito” delle multinazionali a riprodurre in Africa o in India quella diffusione di centri manifatturieri che avevano invece promosso in Cina.
Si crea così un effetto specchio, per cui nemmeno i paesi ospiti sono ora così impazienti di aprirsi alle multinazionali se non ci sono investimenti nella manifattura.
Nel 2000, ogni miliardo di dollari investiti sul mercato mondiale produceva 7000 posti di lavoro e $600 milioni di esportazioni su base annuale.
Oggi, quello stesso miliardo di dollari rappresenta solo 3000 posti di lavoro e solo $300 milioni di esportazioni su base annuale.
Le più recenti stelle della Silicon Valley stanno avendo serie controversie all’estero.
Nel 2016, in Cina, Uber ha venduto ad un operatore locale tutto il suo business, dopo un duro scontro.
Lo scorso dicembre, in India, due campioni digitali come la Ola (impresa on-line di trasporto a chiamata) e la Flipkart (sito di acquisti on-line) hanno chiesto al governo un intervento protezionista contro Uber ed Amazon, accusate di costituire dei monopoli senza creare posti di lavoro e di portarsi via i profitti in America.
Alcune multinazionali saltano tra i dazi, costruendo nuove fabbriche in paesi protezionisti.
Molte ristrutturano, cedono autonomia alle filiali all’estero per cercare di dar loro un profilo più locale.
Altre hanno deciso di farla finita.

12. Precedente storico

Una situazione del genere per le multinazionali si è riscontrata all’indomani della Grande Depressione.
Tra gli anni ’30 e ’70 gli investimenti sull’estero erano calati di circa 1/3 rispetto al PIL mondiale.
La ripresa si ebbe solo nel 1991.

13. Situazione incerta

Oggi le multinazionali stanno ripensando come tornare a fare profitti.
La maggior parte di loro non opera sui mercati interni. Solo 1/3 della loro produzione viene acquistata dalle loro filiali.
E le catene delle forniture all’estero fanno il resto.
Sembra perso il controllo sulle innovazioni e su come innovare la gestionalità dell’impresa.
Dove mantengono brevetti su marchi di valore, si trovano ancora in una situazione di vantaggio come nella produzione di motori per i jet, in cui l’economia di scala permette ancora di spalmare i costi sul mondo intero.

Ma i benefici sono inferiori alle attese.
La perdita di terreno si evidenzia anche nel poco valore prodotto rispetto alla quantità di attività.
E torniamo ad usare il ROE (return on equity) come indicatore: circa il 50% degli investimenti su estero produce un ROE di meno del 10%.
Intanto la Ford e la General Motors (che -guarda caso- ha detto no alla fusione proposta da Marchionne/FCA) fanno l’80% dei loro profitti in Nord America, cosa che fa pensare che i loro profitti esteri siano abissali.
Molte imprese che hanno cercato di globalizzarsi sembrano funzionare meglio su base nazionale o regionale.
Hanno capito che l’aria è cambiata.
Rivenditori come la Tesco (UK) e la Casino (Francia) hanno abbandonato molti dei loro punti vendita all’estero.
Lo stesso hanno fatto due giganti della telefonia americana, AT&T e Verizon.
Le imprese finanziarie si ritirano nei loro mercati cruciali,
Lafarge-Holcim, un’impresa che fa cemento, venderà (se non lo ha già fatto) i suoi cementifici in India, Corea del Sud, Arabia Saudita e Vietnam.
A dieta anche multinazionali di successo come Procter&Gamble.

Le sue vendite all’estero sono diminuite di quasi 1/3 a partire dal 2012, costrigendola a chiudere o vendere i punti deboli.

14. Il futuro?

Le tendenze sembrano essere tre.
La prima.
Solo un ridotto numero di multinazionali di alto livello cercherà di radicarsi nei paesi ospiti, cercando di placare le preoccupazioni di carattere nazionalistico.
La General Electric sta ri-localizzando la sua produzione, la sua catena di di forniture e la gestione.
La Emerson, una conglomerata che ha oltre 100 fabbriche fuori degli USA, ha l’80% della sua produzione nelle regioni in cui viene venduta.
Alcune imprese straniere potrebbero investire di più in produzione con base in America al fine di evitare i dazi, salvo provvedimenti contrari di Trump, come fecero le fabbriche di auto giapponesi negli anni ’80.
Ma occorre essere molto grandi.
La Siemens, gigante industriale tedesco, ha negli USA 50.000 dipendenti e 60 fabbriche.
Per le medie industrie si pone il problema delle risorse da investire su tutti i mercati.
Il ceto politico nazionale, messo di fronte all’acquisto di aziende nazionali da parte di multinazionali, ora chiede che venga preservato il carattere nazionale dell’azienda (cioè mantenere posti di lavoro, pagamento delle tasse e investimenti in ricerca e sviluppo).
Nel 2016, la SoftBank, un’azienda giapponese che ha comprato la ARM, un’impresa britannica che fabbrica microprocessori, ha sottoscritto questi impegni.
La stessa cosa ha fatto la cinese Sinochem che sta comprando la sua rivale svizzera Syngenta che produce semi e prodotti chimici per l’agricoltura.
Il boom degli acquisti cinesi all’estero, nel frattempo, potrebbe esaurirsi o esplodere, dal momento che molti di questi acquisti contano su prestiti agevolati da parte delle banche di stato, cosa che oggi non ha molto senso finanziario.
La seconda.
Il ruolo di uno strato sempre più esiguo di multinazionali che posseggono proprietà intellettuale e digitali.
Vale a dire imprese tecnologiche come Google e Netflix, le multinazionali dei farmaci e le imprese che usano il franchising con le aziende locali come un modo economico per mantenere una presenza globale con tutti i vantaggi che porta il mercato.
L’industria degli hotel, con i suoi grandi marchi come l’Hilton e l’Intercontinental è il primo esempio della nuova tattica.
McDonald sta adottando un modello di franchising in Asia.
Queste multinazionali “intangibili” probabilmente cresceranno velocemente, ma dato che non creano molti posti di lavoro tendono a diventare oligopoli senza beneficiare della protezione delle regole del commercio internazionale globale, il quale si occupa per lo più di merci fisiche, e rischiano di andare a sbattere contro le ripercussioni nazionaliste.
La terza.
Il ruolo di un crescente numero di piccole imprese che usano l’e-commerce per vendere e comprare su scala globale.
Più del 10% di queste imprese statunitensi già lo fa.
La PayPal, un gigante delle imprese di pagamenti on-line, dichiara che le transazioni in cui sono coinvolte queste multinazionalette stanno crescendo ad un livello di $80 miliardi all’anno e sempre più velocemente.
Jack Ma, il boss della famosa impresa di e-commerce Alibaba, va dicendo che secondo lui in Cina si assisterà ad un’ondata di piccole imprese occidentali che esportano beni per i consumatori cinesi ribaltando la tendenza dei due decenni passati in cui le imprese americane importavano merci dalla Cina.

15. Sfera di cristallo

In questo scenario, una eventuale nuova e prudente era delle multinazionali non sarà senza costi.
Quei paesi che sono cresciuti grazie alle imprese globali ed al loro investire in giro in contanti potrebbero scoprire che se la competizione scema i prezzi crescono.
Quegli investitori, che avrebbero 1/3 o più dei loro portafogli azionari nelle multinazionali, potrebbero andare incontro a qualche spiacevole turbolenza.
Quelle economie che contano su entrate derivanti dagli investimenti su estero o su afflussi di capitali da nuove succursali, potrebbero ben presto avere dei problemi.
Il crollo dei profitti delle multinazionali del Regno Unito è la ragione del pessimo stato della bilancia dei pagamenti dell’UK.
Sui 15 paesi con un rapporto deficit partite correnti/PIL del 2,5% nel 2015, ben 11 contano su nuovi investimenti multinazionali per finanziare almeno un terzo del buco.
Avremo un capitalismo più frammentato e di tipo provinciale, meno efficiente ma forse con un più ampio sostegno pubblico?
Forse, l’infatuazione globalizzatrice degli scorsi decenni sarà vista come un episodio nella storia del capitalismo e non come un segno della sua fine.

Ufficio Studi di AL/fdca

[fonti: The Economist; Financial Times; Il Sole 24 Ore; siti di analisi economica e finanziaria,…]

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Ultimo aggiornamento 27/04/2017
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